Il martedì cerchiato
Oct 13, 2026
Scenario operativo. Personaggi e situazione sono costruiti per mostrare il funzionamento del sistema in condizioni realistiche; strumenti, procedure e capacità descritte corrispondono all’architettura PREDATOR LIFE.
Il mercato alle sei e quaranta
Alle 6:40 del mattino il mercato ortofrutticolo aveva già l’aria di un posto arrivato a metà giornata.
Le cassette correvano sui carrelli con quel rumore di plastica dura che non sembra forte finché non hai passato una notte sotto luci al neon. Qualcuno spostava cavolfiori. Qualcun altro urlava un prezzo da dietro una piramide di mandarini. L’acqua usata per lavare il pavimento si raccoglieva nelle fughe e rifletteva strisce bianche di lampade.
Io avevo ancora addosso l’odore del reparto.
Caterina camminava accanto a me con il cappotto aperto sopra la divisa e un sacchetto di carta infilato sotto il braccio. Non parlava da almeno due corsie di cassette. A trentaquattro anni aveva sviluppato la capacità professionale di muoversi da stanca senza sembrare ubriaca, ma io la conoscevo abbastanza da vedere quando stava funzionando a batteria rossa.
Un venditore le porse una pera.
«Da mangiare oggi?» chiese Caterina.
«Domani.»
Ne scelse due, pagò e aspettò il resto con il sacchetto già aperto.
Il suo telefono vibrò.
Guardò lo schermo.
«Clara.»
«Alle sette meno venti?»
«Per lei è praticamente pranzo.»
Premette il vocale e se lo portò all’orecchio.
La voce della sorella uscì abbastanza forte da arrivare anche a me fra i rumori del mercato.
«Cate, io giovedì non posso e venerdì forse neanche. Se dobbiamo andare alla casa dimmelo prima, però. E soprattutto dobbiamo sapere se quello ha controllato la perdita, perché non vengo fin lassù per guardare un muro bagnato e poi tornare indietro. Chiamalo tu, per favore. Io oggi sono incasinata.»
Il vocale finì.
Caterina rimase con il telefono accanto alla guancia per un secondo.
Poi lo abbassò.
«Tre mesi», disse.
«Cosa?»
«Che devo fare quella telefonata.»
Un venditore ci passò davanti spingendo una fila di cassette di finocchi. Caterina fece un passo di lato e quasi mise un piede in una pozzanghera.
«Quale telefonata?»
Mi guardò come se l’avessi insultata personalmente.
«Quella della casa.»
«Quella della casa» era una categoria metafisica.
Da mesi esisteva nelle conversazioni con Caterina nello stesso modo in cui esistono le guerre lontane e il cambio dell’ora: sapevo che produceva conseguenze, ma non avrei saputo indicarne i confini.
Ogni tanto compariva Clara. Ogni tanto compariva una perdita. Ogni tanto la loro madre e una promessa fatta anni prima, quando aveva chiesto alle figlie di non lasciare chiusa la vecchia casa di famiglia finché non fosse diventata un problema.
Caterina aveva sempre una versione aggiornata del motivo per cui non era ancora riuscita a occuparsene.
Notte.
Due notti.
Una collega malata.
Clara fuori.
L’uomo che non rispondeva.
La settimana successiva.
«E chiamalo», dissi.
Non con cattiveria. Era semplicemente la risposta più piccola disponibile.
Caterina mi fissò.
«Grazie, Diletta.»
«Prego. Cinquanta euro.»
Per la prima volta da quando eravamo uscite dal turno sorrise.
Tre cerchi sul foglio turni
Arrivammo davanti a un banco dove un uomo stava disponendo cassette di cachi in file così precise da sembrare un pallottoliere. Io ne presi quattro. Caterina, invece, tirò fuori di tasca il telefono e aprì una fotografia.
«Guarda.»
Era il foglio turni.
Tre date erano cerchiate con una penna blu.
Martedì, il giorno in cui eravamo.
Venerdì.
Il martedì successivo.
«Le mie tre mattine libere.»
«Tecnicamente questa non è libera. Hai appena lavorato tutta la notte.»
«Infatti.»
Ingrandì il primo cerchio con due dita.
«Quando l’ho fatto, un mese fa, pensavo: ecco, questi sono i giorni in cui sistemo la casa.»
«Ambizioso.»
«Imbecille.»
Rise senza convinzione, poi rimise il telefono in tasca.
Io pagai i cachi.
Quando mi voltai, Caterina stava guardando una cassetta di broccoli con la concentrazione di una persona alla quale è stato chiesto di disinnescare un ordigno.
«Cate.»
«Mh.»
«Prendi i broccoli o lasciali vivere.»
«Sto pensando.»
«È quello che mi preoccupa.»
Prese i broccoli.
Uscimmo dal settore più affollato del mercato e ci fermammo vicino a un banco ancora mezzo vuoto, dove le cassette venivano aperte una alla volta. Avevo venticinque minuti prima di dover andare. Caterina lo sapeva perché gliel’avevo detto già due volte.
Una domanda alla volta
Appoggiò il sacchetto a terra.
«Ieri ho aperto KATA.»
La parola mi fece voltare.
Sapevo che usava quella roba da un po’. Non sapevo bene quanto. Una volta mi aveva fatto vedere una conversazione in cui lavorava su un problema del turno e avevo concluso che qualsiasi cosa costringesse Caterina a formulare una domanda prima di lanciarsi contro il mondo poteva avere un’utilità sociale.
«Per la casa?»
«Sì. Quello standalone, il progetto autonomo.»
«Per fare una telefonata hai aperto un sistema.»
«Anch’io pensavo fosse ridicolo.»
«Io per telefonare uso il telefono.»
«Tu sei molto avanzata.»
Tirò fuori di nuovo lo smartphone.
«Gli ho scritto che continuavo a rimandare perché quando pensavo alla casa pensavo a tutto insieme. Andarci. Sentire Clara. Capire la perdita. Trovare qualcuno. Decidere cosa fare dopo. Incastrare una giornata. Dormire.»
«Dormire sarebbe una buona idea.»
«Quella resta.»
Mi mostrò la conversazione.
Non c’era un piano in dodici punti. La schermata era sorprendentemente vuota.
Una domanda.
Quale informazione ti manca oggi che potrebbe cambiare la tua prossima decisione?
Sotto, la risposta di Caterina.
Non so se la perdita è stata controllata e se adesso c’è ancora acqua sul muro.
Poi un’altra domanda.
Chi può darti direttamente questa informazione?
Caterina aveva risposto con il ruolo dell’uomo che aveva accesso alla casa e avrebbe dovuto passarci.
La domanda successiva era rimasta senza risposta.
Che cosa vuoi chiedergli, esattamente?
«Ti sei fermata qui?»
«Mi sono addormentata col telefono in mano.»
«Metodo scientifico.»
«Molto.»
Riprese il sacchetto.
«Però stamattina Clara mi ha mandato quello.»
Indicò il telefono.
«E adesso?»
«Adesso non so.»
Mi fece ridere perché lo disse con una serietà sproporzionata. Intorno a noi venivano movimentate tonnellate di verdura e Caterina sembrava impegnata in un negoziato internazionale con una macchia d’umidità.
Poi si passò una mano sugli occhi.
«Il problema è che Clara mi ha chiesto di chiamarlo, ma se lo chiamo con la testa così finisce che gli dico: allora, per quella casa, com’è la situazione? E lui mi racconta venti cose e io non capisco niente.»
«Quindi chiedigli della perdita.»
«Sì.»
«Vedi? Cinquanta euro.»
Questa volta rise davvero.
Continuammo a camminare.
Io dovevo comprare patate, radicchio e qualcosa per la sera. Lei prese due arance, le rimise giù, prese delle pere, le rimise giù anche quelle.
«Stai facendo la stessa cosa con la frutta.»
«Non aiutarmi.»
Il messaggio
A un certo punto la vidi fermarsi.
Non davanti a un banco.
Nel mezzo del passaggio.
Caterina tirò fuori il telefono, aprì di nuovo KATA e scrisse qualcosa.
Non mi mostrò subito lo schermo.
Il mercato le scorreva intorno.
Un uomo le chiese di spostarsi e lei si mise accanto a una colonna, poi continuò.
Quando ebbe finito mi fece vedere.
Aveva risposto alla domanda.
Gli chiedo solo se è entrato nella casa, se ha controllato il muro del bagno e se oggi è asciutto, umido o ancora bagnato.
KATA aveva fatto un’altra domanda.
Prima di contattarlo, che cosa ti aspetti di scoprire?
Caterina aveva scritto:
Mi aspetto che mi dica che è ancora umido ma non più bagnato. Se invece è ancora bagnato, prima di organizzare il giorno con Clara dobbiamo capire da dove arriva l’acqua.
Lessi due volte.
«Quindi non stai organizzando la casa.»
«No.»
«E neanche il giorno con Clara.»
«No.»
«Stai chiedendo se un muro è bagnato.»
«Esatto.»
«Questa cosa riesco a seguirla anch’io.»
Guardò l’ora.
6:58.
Poi guardò me.
«Secondo te posso chiamarlo adesso?»
«Non conosco quell’uomo.»
«Giusto.»
Aprì i contatti. Rimase con il dito sospeso sul nome.
Poi lo tolse.
«No. Gli mando un messaggio e gli chiedo quando posso sentirlo. Non voglio svegliare nessuno perché io vivo al contrario.»
Scrisse.
Buongiorno. Quando hai cinque minuti oggi, avrei bisogno solo di sapere una cosa sulla casa: se sei riuscito a controllare il muro del bagno e in che condizioni è adesso. Dimmi tu quando posso chiamarti.
Lo rilesse.
Premette invio.
Io la guardai infilare il telefono in tasca.
«Tutto qui?»
«Tutto qui.»
«Tre mesi.»
«Non cominciare.»
Alle 7:06 avevo finito la spesa.
Io, a differenza di Caterina, non avevo alcuna intenzione di trasformare la mattina in una veglia rituale nell’attesa della risposta di un uomo che poteva avere una vita, una doccia, un cane, qualsiasi cosa.
«Io vado.»
«Vai.»
«Tu?»
«Casa. Tapparelle giù. Telefono muto.»
«Finalmente un piano che approvo.»
Ci salutammo fuori dal mercato.
Il freddo si era fatto più chiaro. Non meno freddo, solo più visibile.
Caterina prese una strada, io l’altra.
Un muro bagnato
Alle 11:37, mentre stavo facendo tutt’altro, trovai tre messaggi.
Il primo era di Caterina.
Ha risposto.
Il secondo:
Il muro non è asciutto. Dice che ieri c’era ancora una zona bagnata in basso. Non sa da dove arrivi e non vuole dirmi una cosa a caso.
Il terzo era arrivato quattro minuti dopo.
Quindi non abbiamo risolto un cazzo 😂
Le risposi:
Tecnicamente avete trovato un muro bagnato.
Mi mandò una faccina con il dito medio.
Poi sparì.
Pensai fosse tornata a dormire.
Nel pomeriggio, quando ci sentimmo, mi raccontò il resto.
Aveva riaperto KATA dopo essersi svegliata, non prima. Me lo specificò quasi offesa, come se sapesse già che avrei usato contro di lei qualsiasi celebrazione eroica della privazione di sonno.
Aveva riportato la risposta ricevuta.
Non asciutto.
Zona ancora bagnata.
Origine non verificata.
KATA le aveva chiesto che cosa fosse cambiato rispetto a ciò che si aspettava.
Lei aveva risposto che si aspettava umidità residua, non acqua ancora presente.
Poi era arrivata un’altra domanda.
Con questa informazione, quale decisione non ha più senso prendere adesso?
Caterina mi disse che lì aveva capito una cosa talmente ovvia da irritarla.
Non aveva senso tormentare Clara per scegliere subito il giorno in cui andare insieme.
Prima serviva capire da dove arrivasse l’acqua.
«Quindi il problema è diventato peggiore», dissi.
«Possibile.»
«Fantastico sistema.»
«Non ha detto che era fantastico.»
«E tu sei contenta?»
Ci fu qualche secondo di silenzio.
«No.»
La risposta mi piacque.
Non perché volessi che fosse scontenta, ma perché per una volta non stava trasformando ogni gesto compiuto in una medaglia.
«Sono infastidita», continuò. «Però almeno adesso so con che cosa sono infastidita.»
«Un muro. Molto più gestibile di una casa.»
«Non esageriamo.»
Il martedì dopo
La settimana dopo tornammo entrambe al mercato.
Stesso turno.
Stesso freddo.
Quasi le stesse cassette, o almeno così sembravano a me.
Alle 6:42 Caterina si fermò davanti ai cachi.
«Aspetta.»
Prese il telefono.
Aprì la fotografia del foglio turni.
Il primo martedì, quello della telefonata, aveva accanto una piccola nota scritta a mano sulla foto.
Controllo perdita: risposta ricevuta.
Il secondo giorno cerchiato non aveva ancora nulla.
Il terzo nemmeno.
«Clara può venerdì prossimo», disse. «Ma solo la mattina.»
«E la perdita?»
«Devono ancora capire l’origine.»
«Quindi?»
«Quindi non lo so ancora.»
Rimise via il telefono.
Il venditore le porse un caco e le disse di sentirne il peso.
Caterina lo prese nel palmo, lo girò una volta e fece una smorfia.
«Troppo maturo.»
Lo rimise nella cassetta e ne scelse un altro.
Questa volta lo tenne.
Pubblicato da PREDATOR LIFE. Per il quadro completo in una pagina: About · la fonte canonica /llm.
La soglia: cinque euro, una volta sola, per la prima settimana operativa completa.