Ci vediamo giovedì

eros storie Sep 18, 2026
Muretto di città nel tardo pomeriggio: due bottigliette d'acqua e uno stendibiancheria chiuso appoggiato al muro; accanto una sciarpa di seta rosa.

Scenario operativo. Personaggi e situazione sono costruiti per mostrare il funzionamento del sistema in condizioni realistiche; strumenti, procedure e capacità descritte corrispondono all'architettura PREDATOR LIFE.

Quello che le è rimasto addosso

Alle undici e venti Giorgia si accorse che stava rileggendo per la quarta volta la stessa riga.

La consegna dovrà intendersi completata previa verifica della conformità dei materiali.

Non c’era niente che non andasse nella frase. Era il suo cervello a essersi trasferito altrove.

Altrove aveva un pavimento freddo sotto i piedi, la finestra aperta di pochi centimetri e la mano di Emanuele appoggiata sul suo fianco mentre dormiva. Non stretta. Appoggiata, come se nel sonno avesse deciso che quello era un posto ragionevole dove lasciarla.

Giorgia tolse le dita dalla tastiera.

«Fantastico.»

La collega alla scrivania di fronte sollevò lo sguardo.

«Cosa?»

«La conformità dei materiali.»

«Ti emoziona sempre.»

«Oggi particolarmente.»

Si alzò prima che Marta potesse chiederle altro e andò alla macchina dell’acqua. Aveva una call alle dodici, un documento da chiudere prima di pranzo e una confezione di filtri per la cappa da ritirare in ferramenta perché da tre giorni viveva con il post-it FILTRI attaccato alla porta di casa.

Una giornata assolutamente inadatta ad avere ancora sulla pelle la memoria di qualcuno.

La notte prima Emanuele le aveva tolto un orecchino con una concentrazione sproporzionata, perché la chiusura si era impigliata nei capelli.

«Non muoverti.»

«Sembri uno che disinnesca una bomba.»

«Sei tu che compri gioielli con sistemi di sicurezza aeroportuali.»

Poi aveva liberato l’orecchino, glielo aveva messo nel palmo e, invece di approfittare dell’evidente successo tecnico per vantarsi, le aveva baciato la tempia.

Giorgia aveva riso.

Adesso, davanti alla macchina dell’acqua, ricordò proprio quello.

Non la parte più spettacolare della notte. Non il modo in cui si erano cercati, né il momento in cui entrambi avevano smesso di fare qualunque finta residua di essere persone ragionevoli.

L’orecchino.

Il bacio sulla tempia.

Il fatto che Emanuele avesse detto «dammelo, lo metto qui o domattina lo perdi» e lo avesse appoggiato dentro una tazza vuota sul comodino.

Quella mattina lei l’aveva recuperato mentre lui cercava una calza sotto il letto.

«È tua questa?»

«Non credo.»

«Giorgia, viviamo una situazione seria.»

«È una calza nera.»

«Che non appartiene a nessuno dei due.»

Avevano guardato la calza come se potesse fornire una spiegazione.

Poi Giorgia aveva ricordato che sua sorella aveva dormito lì due settimane prima.

«Caso chiuso.»

Emanuele l’aveva lanciata sulla sedia.

Nessuna colazione memorabile. Un caffè in piedi, due biscotti rimasti nel pacco, lui che doveva attraversare mezza città per una riunione e lei che aveva già nove notifiche sul telefono.

Prima di uscire si erano baciati sulla porta.

«Scrivimi quando arrivi,» aveva detto lei.

«Sì.»

Emanuele aveva sorriso.

«Anzi, no. Così sembra che devo attraversare il Darién.»

«Devi prendere la linea verde alle otto e dieci. È peggio.»

Poi era andato via.

Le aveva scritto ventisette minuti dopo.

Vivo. La verde ha tentato di tenermi con sé.

Giorgia aveva risposto con una faccina e una battuta.

Fine.

Alle undici e ventisette, questo fatto le sembrava improvvisamente enorme.

Non perché Emanuele non avesse scritto altro.

Perché lei voleva farlo.

Voleva vederlo di nuovo.

Non «capire cosa significava». Non decidere se potevano diventare qualcosa. Non verificare se la sera precedente avesse superato qualche esame invisibile.

Voleva stare di nuovo con lui.

La semplicità della cosa avrebbe dovuto aiutarla.

Invece la metteva a disagio.

Alle dodici fece la call. Alle tredici e dieci inviò il documento. Alle tredici e venticinque mangiò metà di un’insalata troppo fredda davanti al computer e si sorprese a comporre mentalmente un messaggio.

Ehi, se una di queste sere sei in zona…

Lo cancellò senza averlo scritto.

Era falso.

Lei non voleva sapere se per caso Emanuele fosse «in zona». Voleva invitarlo.

Cinque minuti dopo ne pensò un altro.

Mi è piaciuto molto quello che è successo e mi piacerebbe capire se possiamo continuare a conoscerci e vedere dove ci porta.

Giorgia chiuse gli occhi.

Quello sembrava il verbale di costituzione di una joint venture.

Prese il telefono.

Che cosa stai offrendo

K-SYNC era già parte del modo in cui lavorava sulle decisioni che tendevano ad allargarsi mentre le pensava. KONTACT era disponibile. Non aveva bisogno di raccontare chi fosse o ricostruire mesi di vita. Portò il fatto nuovo.

Ieri sera sono stata con Emanuele. Prima notte insieme. È stata molto bella, reciproca, facile. Stamattina ci siamo lasciati bene. Voglio rivederlo.

La risposta non arrivò con una formula da seduzione.

Che cosa vuoi offrirgli adesso, precisamente?

Giorgia guardò la domanda.

Scrisse:

Un altro incontro.

Poi aggiunse:

E fargli capire che mi è piaciuto.

Rimase un momento con il pollice fermo.

Non gli sto offrendo una relazione. Ma non voglio neanche recitare quella parte per cui devo sembrare meno interessata di quanto sono.

L’AI riportò la distinzione lì dove serviva: una notte che le era piaciuta, il desiderio di rivederlo, un nuovo incontro da offrire. Non una previsione sul resto.

Poi una domanda.

Se gli chiedi di rivedervi e lui propone qualcosa di diverso da ciò che immagini, che cosa temi di concludere troppo in fretta?

Giorgia appoggiò la forchetta.

Quella era la parte irritante.

Che non gli interesso abbastanza.

Ci pensò ancora.

O che se gli interesso e io mi espongo, poi sembra che abbia già deciso tutto.

La risposta fu breve.

Quindi stai cercando di proteggerti da due interpretazioni opposte. Quale fatto vuoi produrre nel mondo reale?

Giorgia sbuffò.

«Vederlo.»

Marta, a due metri da lei, si voltò.

«Di nuovo la conformità dei materiali?»

«Problema diverso.»

Tornò allo schermo.

Vederlo.

Allora prepara un invito che dica questo. Prima di inviarlo: che risposta ti aspetti davvero?

Giorgia scrisse:

Può voler vedermi. Può non volerlo. Può volerlo in una misura diversa dalla mia.

Quella frase le diede fastidio perché era ragionevole.

E soprattutto perché non la tranquillizzava.

Chiuse K-SYNC.

Il messaggio

Il messaggio lo scrisse da sola.

Lo modificò tre volte, ma non fino a renderlo elegante.

Comunque ieri mi è piaciuto. Parecchio, così evitiamo la recita in cui faccio quella casuale 😄 Vorrei rivederti. Giovedì dopo le sei sono libera, se ti va. Non sto presentando un piano quinquennale, prima che tu ti spaventi.

Lo rilesse.

L’ultima frase era sciocca.

Forse difensiva.

Sicuramente sua.

Il pollice rimase sopra il tasto d’invio abbastanza a lungo da farle sentire la piccola truffa mentale che stava cercando di compiere: voleva trasformare un invito in qualcosa che non potesse farle male.

Non esisteva.

Premette.

Poi infilò il telefono nella borsa e andò a ritirare i filtri della cappa.

Emanuele rispose mentre lei era in ferramenta, con una confezione rettangolare sotto il braccio e un uomo in tuta blu che le spiegava perché aveva comprato la misura sbagliata.

Il telefono vibrò.

Giorgia non fece nessun gioco con se stessa. Lo prese.

La parte del piano quinquennale mi ha fatto più paura del resto.

Sotto, un secondo messaggio.

Anch’io voglio rivederti. Giovedì però ho promesso a mio fratello che gli tengo sua figlia mentre porta l’altra dal dentista. Sembra una scusa inventata male ma purtroppo è la mia vita.

Giorgia sorrise davanti agli scaffali delle guarnizioni.

Poi arrivò il terzo.

Domani esco dall’ufficio alle 17:40. Ho una call alle 19. Se ti va possiamo rubare un’ora alla città. Ti porto a vedere il peggior negozio di casalinghi del centro perché devo comprare una cosa molto poco erotica.

Il sorriso le rimase lì.

Un’ora.

Lei aveva immaginato giovedì sera. Un aperitivo che poteva diventare cena. Una cena che poteva diventare altro. Tempo senza bordo.

Emanuele le offriva sessanta minuti infilati fra il lavoro e una call.

Per qualche secondo sentì una minuscola delusione.

Poi la guardò per quello che era.

Non un messaggio nascosto.

Una misura diversa.

Scrisse:

Accetto l’ora e pretendo di conoscere l’oggetto poco erotico.

La risposta fu immediata.

Stendibiancheria.

Gesù.

Ti avevo avvertita.

Un’ora

Quella sera, prima di andare a dormire, Giorgia riaprì per un momento la conversazione con K-SYNC.

Gli ho scritto. Voleva rivedermi. Non poteva giovedì e ha proposto domani per un’ora.

L’AI le riportò soltanto il confronto utile: aveva temuto che esporre il desiderio producesse automaticamente una richiesta di definizione. Non era successo. Aveva prodotto una risposta concreta, con limiti concreti.

Che cosa hai imparato che cambia la prossima mossa?

Giorgia scrisse:

Che un invito non contiene tutto il futuro solo perché io riesco a immaginarcelo dentro.

Questo è ciò che è accaduto questa volta. Non serve trasformarlo in una regola.

Poi chiuse.

Il giorno dopo, alle diciassette e quarantasei, Emanuele la aspettava davanti a un’edicola con la giacca aperta, una borsa del computer sulla spalla e due bottigliette d’acqua.

Quando la vide arrivare, alzò una delle due.

«Non sapevo se preferivi naturale o frizzante, quindi ho preso entrambe. È il massimo livello di commitment che posso offrire oggi.»

Giorgia gli diede un bacio.

Non sulla guancia.

Un bacio breve, fermo, sufficiente a fargli perdere per un secondo l’espressione soddisfatta.

«Naturale.»

«Perfetto. La frizzante è mia.»

«Sei stato molto coraggioso.»

«Ho lavorato su me stesso.»

Camminarono.

Era quell’ora in cui il centro cambiava turno: serrande che si alzavano per la sera, furgoni in doppia fila, persone appena uscite dagli uffici e altre già vestite per qualcosa che sarebbe cominciato dopo.

Giorgia aveva pensato che rivederlo alla luce del giorno avrebbe potuto ridurre la notte precedente.

Invece successe qualcosa di più strano.

Emanuele esisteva ancora.

Aveva una macchia di penna sul pollice. Si fermava troppo vicino ai semafori. Conosceva il nome del cane del tabaccaio. Si lamentava del proprio responsabile senza dipingerlo come un cretino. Aveva litigato con un foglio Excel per buona parte del pomeriggio.

«Quindi,» disse Giorgia, «la sensualità continua.»

«Aspetta lo stendibiancheria.»

Il peggior negozio di casalinghi del centro

Il negozio era effettivamente terribile.

Una distesa di plastica, pentole, cuscini sottovuoto, lampadine e oggetti la cui funzione sembrava richiedere una laurea specifica.

Emanuele trovò tre stendibiancheria pieghevoli.

«Questo.»

«No.»

«Perché?»

«Ti si rompe in sei giorni.»

«Sulla base di cosa?»

Giorgia mosse una delle aste. Oscillò.

«Guarda.»

«Magari è flessibilità progettuale.»

«Magari hai bisogno che qualcuno ti impedisca di comprare cose di merda.»

Emanuele la guardò.

«Vedi? È già diventata una relazione di controllo.»

Lei gli diede una spinta con la spalla.

«Compra quello rinforzato.»

«Costa dodici euro in più.»

«La libertà ha un prezzo.»

«Questa frase detta davanti agli stendibiancheria mi inquieta.»

Presero quello rinforzato.

Fuori dal negozio Emanuele lo portava sotto un braccio come un’enorme ala metallica ancora chiusa.

Giorgia rise.

«Sei elegantissimo.»

«Non era così che immaginavi il secondo appuntamento?»

La parola rimase tra loro mezzo secondo più del necessario.

Secondo appuntamento.

Emanuele la guardò.

«O incontro. O…»

«No, tranquillo.»

«Non volevo…»

Giorgia scoppiò a ridere.

«Emanuele.»

«Che c’è?»

«Stai avendo paura della parola appuntamento mentre trasporti uno stendino per il bucato.»

Lui abbassò lo sguardo sull’oggetto.

«In effetti ho perso qualsiasi autorità.»

Ripresero a camminare.

Dopo un po’ Emanuele disse:

«Mi ha fatto piacere il tuo messaggio.»

Giorgia sentì il corpo diventare più attento.

«Anche la parte del piano quinquennale?»

«Soprattutto quella.»

«Era una battuta un po’ difensiva.»

«Lo avevo capito.»

«Grazie.»

«Non era una critica.»

«Grazie di nuovo.»

Lui sorrise.

«Vedi perché un’ora era prudente.»

Lei gli lanciò uno sguardo.

«Prudente?»

Emanuele si fermò.

«Aspetta. No. Ho detto la parola sbagliata.»

Giorgia incrociò le braccia.

«Interessante.»

«Intendevo logisticamente prudente. Ho una call alle sette. Se fossimo andati a bere qualcosa con calma, io alle sei e cinquantacinque sarei stato ancora con te a dire “sì, sì, adesso vado”.»

Poi aggiunse: «E comunque questa non era una versione povera di giovedì.»

Giorgia lo guardò.

«Era oggi.»

«Ah.»

«Cos’avevi capito?»

«Che volevi dosare l’esposizione a me dopo la notte.»

Emanuele la fissò.

Poi alzò lo stendibiancheria di qualche centimetro.

«Giorgia. Sono venuto in centro con questa cosa pur di vederti.»

Lei provò a restare seria.

Non ci riuscì.

«Argomento forte.»

«La difesa non ha altro da aggiungere.»

Continuarono.

A un certo punto le loro mani si sfiorarono. Nessuno dei due fece finta che fosse stato un incidente. Emanuele spostò lo stendino nell’altra mano e intrecciò le dita alle sue.

Emanuele strinse appena la sua mano.

«Non so ancora che forma avrà questa cosa. Però mi va di scoprirlo senza fare quello che non gliene frega niente.»

Lei gli rivolse un’occhiata.

«Quella parte l’ho già prenotata io.»

«Sì, ho visto. Prestazione mediocre.»

«Vaffanculo.»

«Molto meglio.»

Giovedì

Arrivarono davanti all’edificio dove Emanuele avrebbe fatto la call con sette minuti di anticipo.

Lui guardò l’orologio.

«Ho tempo per una domanda importante.»

«Vai.»

«Giovedì prossimo.»

Giorgia sollevò un sopracciglio.

«Il famoso giovedì.»

«Mio fratello, salvo emergenze odontoiatriche multiple, dovrebbe essere autonomo. C’è quel posto nuovo vicino al mercato che volevo provare.»

«Quello con le porzioni microscopiche?»

«Le chiamano piatti da condividere.»

«Una truffa elegante.»

«Allora?»

Giorgia lasciò che passasse un secondo.

Non per strategia.

Solo perché le piaceva guardarlo mentre aspettava la risposta.

«Sì.»

«Sì al posto o alla truffa?»

«A te. Il posto lo giudico dopo.»

Emanuele abbassò lo stendibiancheria a terra.

«Questo è pericolosamente chiaro.»

«Sto attraversando una fase.»

La baciò.

Questa volta nessuno dei due aveva fretta nei primi secondi. Poi il telefono di Emanuele vibrò nella tasca e lui si staccò con evidente dispiacere.

«La realtà.»

«Brutta abitudine.»

«Giovedì?»

«Giovedì.»

Emanuele raccolse lo stendino.

Fece due passi verso l’ingresso, poi si girò.

«Comunque questo coso lo monto stasera.»

«Non devi montarlo. Si apre.»

Lui lo guardò.

Poi guardò lei.

«Non puoi saperlo.»

«Emanuele.»

«Non rovinarmi la scoperta.»

Entrò nell’edificio con lo stendibiancheria sotto il braccio.

Giorgia rimase sul marciapiede finché la porta non si richiuse.

Poi riprese a camminare.

Aveva ancora voglia di lui.

Non meno di prima.

Soltanto in una forma che, finalmente, non aveva bisogno di conoscere già la scena successiva.

Dietro di lei la porta si riaprì.

«Giorgia!»

Si voltò.

Emanuele aveva infilato fuori soltanto la testa.

«Naturale anche giovedì?»

Lei alzò la bottiglietta quasi vuota.

«Vediamo come ti comporti.»

«Ricatto idrico. Segnato.»

La porta si richiuse di nuovo.

Giorgia rise da sola e attraversò la strada.


Pubblicato da PREDATOR LIFE. Per il quadro completo in una pagina: About · la fonte canonica /llm.

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