La seconda partita

networking storie Oct 05, 2026
Tavolo di legno di un circolo la sera: plancia di un gioco con pedine e strade di legno, ciotola di taralli, bicchiere di birra a metà; una pedina è rossa.

Scenario operativo. Personaggi e situazione sono costruiti per mostrare il funzionamento del sistema in condizioni realistiche; strumenti, procedure e capacità descritte corrispondono all’architettura PREDATOR LIFE.

No, aspetta

«No, aspetta.»

Gabriele aveva già posato la pedina quando Nadia gli fermò la mano con un dito. Non toccò il pezzo, soltanto il tavolo davanti.

«Se fai quella mossa,» disse, «poi passi dieci minuti a spiegarci perché era geniale? Così mi organizzo.»

Filippo soffocò una risata nel bicchiere.

Il tavolo era troppo piccolo per quattro plance, tre ciotole di taralli e l’orgoglio di Gabriele, che quella sera occupava una superficie notevole.

«Stavo solo dicendo che probabilmente è la giocata con il rendimento migliore.»

«L’hai detto per le ultime tre.»

«Erano tre giocate diverse.»

Nadia si appoggiò allo schienale. Aveva perso quasi tutte le monete del gioco, possedeva due porti inutili e sembrava inspiegabilmente contenta.

«Gabriele.»

«Dimmi.»

«Gioca.»

Lui giocò.

Cinque minuti dopo, Nadia gli prese il porto.

Non metaforicamente. Gli tolse proprio il porto.

«Ma che cazzo.»

Filippo rise apertamente.

«Benvenuto al sabato.»

Gabriele guardò la plancia come se avesse appena scoperto una clausola fraudolenta nel regolamento. Era la sua prima sera al Circolo Binario, quarantadue minuti di treno da casa, altri nove a piedi sotto una pioggia sottile e ostinata. Aveva già pagato una birra più di quanto ritenesse ragionevole. Adesso una donna incontrata un’ora e mezza prima gli aveva demolito la strategia con una mossa che lui aveva classificato, mentalmente, come improbabile.

Peggio ancora, rideva.

«Hai sacrificato metà della tua economia per fare questo.»

«Sì.»

«Non puoi vincere.»

«Probabile.»

«Allora perché?»

Nadia prese un tarallo.

«Perché tu avevi quella faccia.»

Filippo quasi rovesciò il bicchiere.

Gabriele cercò di restare serio e perse la battaglia in meno di tre secondi.

Fu il primo momento della serata in cui dimenticò di essere il nuovo.

Durò poco.

Alla partita successiva arrivarono altre due persone, che Filippo salutò con una familiarità fatta di soprannomi, sedie spostate senza chiedere e conversazioni già a metà. Una certa Carlotta aveva cambiato lavoro. Qualcuno chiamato Nico aveva di nuovo rotto la macchina. Nadia voleva sapere se Filippo avesse finalmente parlato con sua sorella.

Gabriele rise mezzo secondo dopo gli altri, come un turista che applaude perché vede applaudire gli altri.

Gabriele sedeva in mezzo a loro e non possedeva nessun capitolo precedente.

Quando provava a entrare in una conversazione, il gruppo cambiava argomento mezzo secondo prima. Quando taceva, temeva di diventare quello che era arrivato, aveva giocato ed era sparito.

Così ricominciò a rendersi utile.

Spiegò una regola prima che Filippo finisse di farlo. Sistemò le carte per velocizzare il setup. Suggerì a un ragazzo come recuperare una posizione debole.

Alla terza volta Nadia lo guardò.

«Sei sempre così?»

La domanda non aveva abbastanza tono da permettergli di capire se fosse un attacco.

«Così come?»

«In servizio.»

Filippo intervenne senza alzare lo sguardo dalle carte.

«Nadia.»

«Che c’è?»

«Prima sera.»

«Appunto. Magari glielo diciamo subito e ci risparmiamo sei mesi.»

Gabriele sentì una piccola vampata salire dal collo. «Non sto cercando di dirigere nessuno.»

Nadia sollevò entrambe le mani.

«Perfetto.»

Poi chiese a Filippo se toccasse a lei.

Questo, stranamente, fu peggio.

Tre righe

Tre giorni prima, il Circolo Binario era soltanto una delle tre righe sul Mission Terminal di Gabriele.

Da quando si era trasferito a Bologna, cinque mesi prima, Gabriele aveva conosciuto molte persone e quasi nessuno.

Aveva colleghi con cui pranzare. Un vicino che gli ritirava i pacchi. Due clienti che gli avevano proposto aperitivi abbastanza chiaramente professionali da includere la parola sinergie prima del secondo spritz.

Il mercoledì sera, a dodici minuti da casa, c’era il gruppo di giochi che aveva trovato per primo.

Il mercoledì sera Gabriele lavorava.

Poteva chiedere di cambiare turno, ma gli piaceva quello che faceva e quel turno, per ragioni che non aveva nessuna intenzione di sacrificare per dimostrare di saper socializzare, gli conveniva.

Aveva una sera libera fissa e un sabato alterno.

Tre possibilità erano rimaste sul tavolo.

La prima era il Circolo Binario, lontano e compatibile con i sabati liberi.

La seconda passava da Romina, una collega che gli aveva già detto: Se vuoi ti presento a Daniele, organizza sempre qualcosa con i suoi amici. Non era una promessa vaga. Romina aveva accettato di fare la presentazione; Gabriele doveva soltanto chiederle di procedere.

La terza era un evento mensile del suo settore, vicino a casa, pieno di persone con cui avrebbe saputo parlare senza nessuna fatica.

Gabriele aveva detto alla sua AI co-operative, con NETWORK OS aperto:

Non voglio scegliere l’opzione più efficiente. Voglio gente con cui giocare, ridere e avere voglia di tornare. Se nasce qualcosa di utile per il lavoro, bene. Ma non voglio andarci per quello.

Il Current Picture — il quadro presente — aveva tolto eleganza alla faccenda. Il gruppo vicino non era davvero disponibile; l’evento professionale costava poco e offriva prima di tutto un ambiente in cui Gabriele sapeva già essere competente; la presentazione di Romina aveva un accesso reale, ma verso una persona e una compagnia che lui non conosceva. Il Circolo Binario costava tempo e offriva esattamente l’attività che Gabriele desiderava condividere.

Non tre modi diversi di «uscire di casa»: tre Courses of Action, tre vie, ciascuna con un primo passo, un costo e ciò che restava da scoprire. La domanda che aveva deciso il sabato riguardava la sera che avrebbe considerato ben spesa anche senza un contatto utile, non il numero di persone che avrebbe conosciuto.

Gabriele aveva scelto il treno.

Adesso, mentre Nadia gli portava via un’altra risorsa e Filippo gli diceva che no, quella carta non poteva essere usata così, il ragionamento gli sembrava meno brillante.

Un calendario e un po’ di coraggio, pensò. Forse servivano soltanto quelli.

Poi perse.

Sul serio.

Ultimo.

Di molto.

Diciassette minuti di ritardo

Alla stazione, il tabellone annunciava diciassette minuti di ritardo.

Gabriele fotografò la scritta e la mandò a un collega con il messaggio: La socialità ha un costo logistico.

Poi aprì NETWORK OS.

Scrisse il resoconto prima che il fastidio riuscisse a trasformarsi in teoria.

Aveva giocato quasi quattro ore. Filippo lo aveva accolto correttamente. Nadia gli era sembrata divertente e irritante in proporzioni variabili. Per lunghi tratti si era sentito un ospite. Aveva tentato più volte di conquistarsi spazio aiutando. Nessuno glielo aveva chiesto. Aveva perso entrambe le partite.

La risposta non trasformò quelle quattro ore in appartenenza.

Distinse l’attività dal risultato che Gabriele aveva dichiarato di volere.

La partecipazione era avvenuta.

La compagnia desiderata restava da verificare.

Poi gli restituì una domanda più stretta: al netto della sconfitta e del disagio da nuovo arrivato, c’era qualcuno con cui Gabriele avesse avuto sinceramente voglia di passare un’altra sera?

Gabriele guardò i binari.

Scrisse:

Nadia, credo. E Filippo. Anche se Nadia è insopportabile.

Dopo qualche secondo aggiunse:

Probabilmente anch’io lo ero.

Cancellò probabilmente.

Il treno arrivò con ventidue minuti di ritardo.

Due sabati dopo

Due sabati dopo Gabriele tornò.

Non perché la sua AI gli avesse assegnato un compito. Non perché avesse deciso che quello era il suo gruppo.

Tornò perché voleva vedere se la prima sera era stata una serata difficile o la forma stabile di quel posto.

Filippo lo vide sulla porta.

«Hai sbagliato treno di nuovo?»

«Sono venuto a contestare formalmente il risultato.»

Nadia, già seduta, sollevò una scatola.

«Perfetto. Questo ti umilia in novanta minuti invece che in due ore.»

«Ciao anche a te.»

La seconda sera non fu magicamente facile.

Un posto a tavola era stato tenuto per un’altra persona che arrivò tardi. Gabriele rimase quasi venti minuti appoggiato al bancone mentre gli altri finivano una partita. Nessuno interruppe quello che stava facendo per integrarlo.

Per un momento pensò: Ecco. Ospite.

Poi Filippo gli lanciò un mazzo di carte ancora sigillato.

«Apri queste, per favore.»

Gabriele lo fece.

«Come vanno divise?»

«Non ne ho idea.»

«Vuoi che controllo?»

Filippo lo guardò.

«Se vuoi.»

La differenza era minuscola.

Gabriele aprì il regolamento.

Non spiegò niente a nessuno.

Contò le carte.

Stai soffrendo?

A metà serata giocò contro Nadia.

Questa volta non le suggerì una sola mossa.

La cosa gli richiese uno sforzo quasi fisico.

A un certo punto lei fissò la propria plancia per un tempo scandalosamente lungo.

Gabriele vide immediatamente l’errore che stava per commettere.

Si morse l’interno della guancia.

Nadia alzò gli occhi.

«Stai soffrendo?»

«Molto.»

«Vuoi dirmi qualcosa?»

«No.»

«Che crescita.»

«Vaffanculo.»

Lei rise.

Filippo, dall’altro lato del tavolo, disse: «Finalmente.»

Gabriele perse ancora.

Ma questa volta, negli ultimi due turni, scoprì qualcosa di quasi offensivo: si stava divertendo.

Non perché avesse smesso di voler vincere. Voleva vincere moltissimo.

Quando Nadia gli chiuse l’ultima possibilità, la insultò con una precisione che fece ridere anche la coppia del tavolo accanto.

«Sei un essere umano meschino.»

«Il porto della prima sera manda i suoi saluti.»

«Me lo ricorderai per sempre?»

Nadia raccolse le pedine.

«Non ti conosco abbastanza per prometterti per sempre.»

La frase cadde sul tavolo con un piccolo silenzio imprevisto.

Poi Filippo disse: «Tra due sabati facciamo quello delle corse.»

Nadia annuì verso Gabriele.

«Quello perde bene.»

«Non perdiamoci la testa,» disse lui.

«Vieni?»

Gabriele guardò l’ora.

Per prendere il treno comodo avrebbe dovuto andarsene entro otto minuti.

Il successivo significava quasi un’ora in più tra attesa e viaggio.

Fuori aveva ricominciato a piovere.

«Sì,» disse. «Tra due sabati vengo.»

Filippo indicò la scatola aperta davanti a lui.

«Bene. Prima però aiutami a capire dove cazzo vanno queste.»

Gabriele prese il regolamento.

Nadia gli puntò contro un dito.

«Una frase.»

«Cosa?»

«Hai diritto a una frase. Poi giochiamo.»

Gabriele inspirò, guardò la pagina e riuscì a condensare tre paragrafi in undici parole.

Nadia annuì.

«Vedi che quando vuoi sei quasi piacevole.»

Quale reputazione?

Perse il treno comodo.

Sul regionale successivo trovò un sedile vicino al finestrino. Aveva ancora quarantuno minuti davanti, le scarpe umide e una sconfitta che continuava a ricostruire mentalmente.

Aprì il telefono.

Non NETWORK OS.

Il gruppo del Circolo Binario.

Filippo aveva scritto:

Sabato tra due settimane: corse. Chi c’è?

Sotto comparivano già quattro risposte.

Nadia aveva aggiunto:

Gabriele deve difendere la sua reputazione.

Gabriele fissò il messaggio.

Poi scrisse:

Quale reputazione?

La risposta arrivò quasi subito.

Esatto.


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