Una stanza immaginaria

eros storie Oct 05, 2026
Stanza di notte: scrivania spoglia sotto la finestra con un fermaglio sul bordo, di fronte un sintetizzatore e due pannelli, in mezzo una scatola di cavi.

Scenario operativo. Personaggi e situazione sono costruiti per mostrare il funzionamento del sistema in condizioni realistiche; strumenti, procedure e capacità descritte corrispondono all’architettura PREDATOR LIFE.

La nostra stanza della musica

«Dove stai portando quello?»

Riccardo rimase fermo nel corridoio con il sintetizzatore stretto contro il petto. Era un parallelepipedo nero grande abbastanza da rendere ridicola qualsiasi risposta evasiva.

«Nella stanza.»

Claudia abbassò lentamente l’evidenziatore.

«Quale stanza?»

Riccardo indicò con il mento la porta in fondo al corridoio.

Claudia lo guardò. Poi guardò la porta. Poi di nuovo lui.

«La mia sala studio.»

«La nostra stanza della musica.»

Per cinque secondi nessuno disse niente.

«Interessante», disse Claudia.

«Molto.»

«Da quanto tempo è la nostra stanza della musica?»

Riccardo fece una faccia da uomo appena convocato davanti a una commissione parlamentare.

«Da quando abbiamo preso una casa con una stanza in più.»

«Io pensavo fosse la ragione per cui avevamo preso una casa con una stanza in più.»

«Anch’io.»

Claudia lasciò cadere l’evidenziatore sul tavolo della cucina. Dietro di lei c’erano tre manuali aperti, due codici, una tazza di caffè freddo e una pila di schede per l’esame di abilitazione da commercialista che ormai invadeva metà del tavolo.

Riccardo, ancora con il sintetizzatore in braccio, scoppiò a ridere.

Lei provò a non farlo.

Fallì.

«Mettilo giù prima che questa discussione finisca con un’ernia.»

Lui appoggiò lo strumento contro la parete.

Sei settimane

Vivevano nella casa nuova da sei settimane. Avevano scelto insieme il divano, litigato per quarantacinque minuti sul tavolo del soggiorno e comprato senza discussione una lampada assurda a forma di fungo che entrambi consideravano magnificamente inutile.

La stanza in fondo era rimasta quasi vuota.

Una scrivania ancora smontata. Due scatoloni. Una libreria bassa. Il vecchio amplificatore di Riccardo. La sedia ergonomica di Claudia.

Ognuno aveva guardato quegli oggetti come indizi ovvi.

Solo che raccontavano due storie diverse.

«Aspetta», disse Claudia. «Quando abbiamo visto l’appartamento, io ho detto: finalmente posso smettere di studiare in cucina.»

«Sì.»

«E tu hai detto che era una grande idea.»

«Sì.»

«Quindi?»

«Quindi era una grande idea che tu smettessi di studiare in cucina.»

Claudia socchiuse gli occhi.

«Riccardo.»

«Non ho detto: Claudia, dichiaro questa stanza territorio sovrano della preparazione professionale.»

«Perché le persone normali non parlano così.»

«Esatto. E io avevo detto che finalmente potevo tenere tutta la roba musicale in un posto solo.»

Lei ricordava perfettamente quella frase.

Il problema era che l’aveva archiviata mentalmente sotto la categoria Riccardo non vuole più cavi in soggiorno.

«E io ti avevo detto che sarebbe stato bellissimo.»

«Esatto.»

«Perché pensavo intendessi metterci la roba.»

«Claudia, la roba serve per fare musica.»

«I libri servono per studiare.»

«Vedi? Abbiamo entrambi acquistato una stanza immaginaria.»

Lei si alzò e prese due bicchieri.

«Vino.»

«Sono le sei.»

«La commissione accoglie l’obiezione e la respinge.»

CASA 2027

Mezz’ora dopo erano sul divano. Claudia aveva il Mission Terminal sulle ginocchia e Riccardo le teneva un piede tra le mani, con un occhio al telefono.

Il loro lavoro di coppia stava in K-SYNC, il Project in cui montavano le KEY che usavano insieme; l’operazione si chiamava CASA 2027.

Non riguardava soltanto mobili e spese. Avevano descritto quello che volevano dalla nuova casa quando avevano deciso di prenderla: lavorare bene, avere amici intorno, mangiare spesso insieme, non lasciare che i rispettivi progetti trasformassero la convivenza in due monolocali casualmente collegati.

Claudia richiamò SEASON, la KEY che usavano per le scelte di casa, e scrisse la situazione quasi senza pensarci.

Stanza libera. Io la consideravo implicitamente sala studio per i prossimi mesi. Riccardo la considerava implicitamente spazio musicale. Non abbiamo mai concordato l’uso esclusivo. Il progetto condiviso è CASA 2027. Il mio esame è mio. La musica è sua.

Poi aggiunse ciò che avevano davvero concordato: la scrivania comprata insieme, la libreria già in casa, lui che avrebbe montato scrivania e mensole nel weekend, lei che liberava metà dell’armadio del corridoio per cavi e strumenti piccoli. Trattamento acustico e uso esclusivo della stanza: mai discussi. Lei studiava soprattutto dalle sette alle dieci di sera nei feriali e gran parte del sabato; lui lavorava alla musica due sere alla settimana e la domenica pomeriggio.

La risposta restituì la distinzione prima della proposta.

CASA 2027 è condiviso. L’esame di Claudia non lo è. Il progetto musicale di Riccardo non lo è. La stanza è una risorsa della casa sulla quale, dai dati inseriti, non risulta ancora un accordo di destinazione esclusiva.

Riccardo si sporse verso lo schermo.

«Brutale.»

«Preciso.»

«Sembra l’atto costitutivo della Repubblica della Cameretta.»

Lei gli diede una pedata leggera sulla coscia.

Il quadro continuava: il problema non era decidere quale progetto personale meritasse di più. Era trovare una forma di CASA 2027 che entrambi volessero ancora abitare mentre quei progetti esistevano.

La prima ipotesi proposta era semplice: uso condiviso per fasce orarie, con scrivania e libreria permanenti e attrezzatura musicale mobile.

Riccardo fece immediatamente una smorfia.

«No.»

Claudia lo guardò.

«No?»

«Se ogni volta devo montare e smontare tutto, non farò musica. Trasformo venti minuti di voglia in un trasloco.»

Era una buona obiezione.

Claudia la inserì.

Poi aggiunse la propria.

«E se devo chiederti ogni volta se posso studiare, non è una sala studio. È una sala riunioni con prenotazione.»

Il secondo passaggio di SEASON guardò la cosa da un’altra angolazione. Familiarità e variazione.

Che cosa della loro vita attuale valeva la pena conservare?

Claudia scrisse: Le sere in cui mangiamo insieme anche se abbiamo lavorato entrambi. Il venerdì in cui lui mette musica e io smetto di fare qualsiasi cosa.

Riccardo le prese il terminale.

Il fatto che Claudia possa stare vicino a me facendo una cosa sua. Non mi serve che partecipi alla musica. Mi piace averla nella stanza.

Lei lesse.

«Questa è quasi una cosa carina.»

«Cancello.»

«Troppo tardi.»

Che cosa non funzionava più?

Claudia indicò il tavolo della cucina invaso dai codici.

Riccardo indicò i cavi dietro la porta del bagno.

Bastava cambiare ciò che stava già cominciando a mangiarsi il resto.

La conversazione smise lentamente di essere su chi avesse avuto ragione sei settimane prima.

Il metro

Riccardo entrò nella stanza e si sedette sul pavimento. Claudia lo seguì.

«Fammi vedere una cosa.»

Presero un metro.

La stanza era più larga di quanto sembrasse vuota e più piccola di quanto sembrasse nei loro progetti mentali.

La scrivania poteva stare sotto la finestra. Sul muro opposto entravano una postazione musicale compatta e due pannelli fonoassorbenti. La libreria divideva male tutto.

«Questa qui la odio comunque», disse Claudia.

«L’hai scelta tu.»

«Sei settimane fa ero una persona peggiore.»

Riccardo la trascinò di trenta centimetri.

«Se va nel corridoio?»

«Nel corridoio sembra una biblioteca comunale.»

«Sexy.»

«Molto.»

Continuarono.

A un certo punto Claudia si accorse che stavano facendo esattamente la cosa che aveva temuto: trasformare la relazione in una trattativa immobiliare.

C’era un metro sul pavimento. Una planimetria aperta. Riccardo stava pronunciando la frase «centoventi centimetri di passaggio» con una serietà intollerabile.

«Fermi.»

«Cosa?»

«Non voglio che fra un’ora assegniamo i diritti di pesca nelle acque territoriali.»

Lui posò il metro.

«Finalmente una proposta ragionevole.»

Si sedettero contro il muro.

Claudia guardò la finestra.

Nella sua versione privata, lì davanti c’era una grande scrivania, silenzio assoluto, libri ordinati, una lampada calda e nessun oggetto che non servisse all’esame. E una poltroncina, per guardare la scrivania e sentirsi una persona che possiede una poltroncina.

Era bella.

Le piaceva davvero.

E non esisteva.

Riccardo guardava l’angolo opposto.

Lo conosceva abbastanza bene da immaginare l’altra stanza fantasma: tastiere, casse, chitarra pronta, forse un piccolo divano, nessuna pila di codici sotto il monitor.

«Io non voglio studiare con te che registri», disse Claudia.

«Io non voglio registrare mentre tu ripeti la disciplina delle società cooperative.»

«Immagina il remix.»

Lui cominciò a battere un ritmo sulle ginocchia.

«Conferimento. Conferimento. Responsabilità limitata.»

Claudia gli lanciò un cuscino.

Anche il colore

Fu Riccardo, alla fine, a modificare la proposta.

Non fasce orarie per spartirsi la stanza.

Due assetti permanenti abbastanza piccoli da non richiedere autorizzazioni continue, più alcuni periodi realmente esclusivi concordati in anticipo quando uno dei due ne avesse avuto bisogno.

La postazione musicale sarebbe rimasta montata. La scrivania anche.

Ma Claudia avrebbe avuto silenzio garantito nelle tre sere decisive della sua settimana. Riccardo avrebbe avuto la stanza per sé la domenica pomeriggio e una sera, senza che lei la trasformasse in deposito temporaneo di appunti.

Claudia aggiunse la parte che lo sorprese.

«I pannelli li scegli tu.»

«Sul serio?»

«Sul serio.»

«Anche il colore?»

Lei esitò.

Quello era il costo vero.

Non concedere centimetri. Lasciare a lui la scelta di qualcosa che avrebbe visto ogni giorno.

«Anche il colore.»

Riccardo sorrise con un’espressione insopportabilmente soddisfatta.

«Rossi.»

«Ritiro tutto.»

«Troppo tardi. Accordo verbale. Messo agli atti in CASA 2027.»

Non era un accordo perfetto.

La poltroncina, Claudia la rimandò da sola: nello spazio rimasto non entrava, e lo disse con un dispiacere che non provò a nascondere.

Restava aperta una questione: nell’ultimo mese prima dell’esame, Claudia avrebbe probabilmente avuto bisogno di più ore. Non decisero in anticipo che Riccardo avrebbe semplicemente ceduto la stanza. Avrebbero guardato la situazione quando fosse diventata reale.

Trenta secondi

Il sabato montarono tutto.

Litigarono di nuovo, stavolta sulla posizione di una presa multipla.

Riccardo bucò il muro nel punto sbagliato.

Claudia disse una cosa tecnicamente incompatibile con la serenità domestica.

Lui ordinò una pizza.

Alle nove di sera la stanza aveva una forma.

Non quella di Claudia.

Non quella di Riccardo.

La scrivania guardava fuori dalla finestra. Sul lato opposto c’erano il sintetizzatore, una chitarra e due pannelli color sabbia che Riccardo aveva scelto apposta dopo aver minacciato il rosso per ventiquattr’ore. La libreria era finita in corridoio.

Claudia aprì un manuale.

Lui si mise le cuffie.

Resistettero così per dodici minuti.

Poi Riccardo le toccò la spalla e le passò una cuffia.

«Trenta secondi.»

«Sto studiando.»

«Ventidue.»

Claudia sospirò e la infilò.

Partì un giro di piano che conosceva. Lo aveva sentito decine di volte, incompleto, mentre cucinavano o si preparavano per uscire.

Quella volta sotto c’era qualcosa di nuovo, appena percettibile.

Lei ascoltò fino alla fine.

«Hai cambiato il basso.»

«Sì.»

«Era meglio prima.»

Riccardo rimase immobile.

Claudia sorrise.

«Sto scherzando.»

«Esci dalla mia stanza.»

«Questa è anche la mia stanza.»

«Purtroppo abbiamo documentazione.»

Più tardi mangiarono la pizza sul pavimento perché nessuno aveva pensato a portare un tavolino.

Il manuale rimase aperto sulla scrivania.

Il sintetizzatore rimase acceso.

Claudia aveva ancora mesi di preparazione davanti e la stanza non avrebbe risolto la quantità spaventosa di cose che doveva sapere. Riccardo non sapeva ancora se il pezzo appena ascoltato sarebbe entrato davvero nel progetto a cui lavorava.

A mezzanotte lui mise il vecchio brano del loro venerdì, quello che ascoltavano da anni.

Claudia gli tese una mano.

«Solo questa.»

«Domani studi.»

«Domani studio.»

Ballarono scalzi nello spazio rimasto libero tra la scrivania e il sintetizzatore, urtando una volta la sedia ergonomica e due volte una scatola di cavi ancora da svuotare.

La seconda volta Claudia rise così forte che perse il passo.

La stanza in fondo al corridoio era finalmente occupata.


Pubblicato da PREDATOR LIFE. Per il quadro completo in una pagina: About · la fonte canonica /llm.

La soglia: cinque euro, una volta sola, per la prima settimana operativa completa.

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