Il mercoledì buono
Oct 06, 2026
Scenario operativo. Personaggi e situazione sono costruiti per mostrare il funzionamento del sistema in condizioni realistiche; strumenti, procedure e capacità descritte corrispondono all’architettura PREDATOR LIFE.
Le acciughe buone
Alle nove e diciassette Roberta aveva già deciso che quella sera avrebbe finto un leggero mal di testa.
La decisione durò fino alle nove e diciotto.
Sul telefono comparve una foto di Davide: un mazzo di basilico appoggiato sul tavolo della cucina, una bottiglia di bianco nel secchiello del ghiaccio e, accanto, il pacco di linguine che compravano sempre nel negozio sotto i portici.
Sono riuscito a trovare le acciughe buone.
Roberta guardò la foto mentre il distributore automatico dietro di lei triturava un caffè con il rumore di una piccola demolizione.
Le venne fame.
E le venne voglia di Davide.
Questo complicava tutto.
«Stai sorridendo al basilico?» chiese Cristina, passando con una cartellina sotto il braccio.
«È un problema di coppia.»
«Il basilico?»
«La pasta.»
Cristina annuì con la serietà di chi aveva visto matrimoni peggiori. «Condoglianze.»
Roberta infilò il telefono in tasca.
Da cinque settimane il giovedì cominciava alle sei e un quarto. Il cambio dei turni, annunciato come temporaneo e poi diventato quel genere di temporaneo che mette radici, aveva spostato la sua sveglia alle cinque e venti.
Il mercoledì, invece, non si era spostato di un millimetro.
Il mercoledì era Davide che arrivava con una bottiglia scelta apposta, loro due che compravano gli ingredienti tornando a casa, la cucina piena di vapore, le finestre appannate, un disco che nessuno dei due ascoltava davvero perché finivano per parlare sopra la musica. Era una cena troppo lunga per essere una cena e troppo domestica per chiamarla appuntamento.
A volte finivano sul divano. A volte a letto. A volte alle undici e mezza stavano ancora discutendo se il prezzemolo andasse messo sulle vongole e nessuno dei due ricordava come fossero arrivati a parlare della madre di Davide.
Per anni Roberta aveva aspettato il mercoledì.
Ora, verso le quattro del pomeriggio, cominciava a fare calcoli.
Se usciva alle diciannove e quaranta, se il tram non saltava una corsa, se non passavano a comprare qualcosa, se mangiavano entro le ventuno e trenta, se non aprivano la seconda bottiglia, se lei riusciva a interrompere Davide quando pronunciava la frase «una cosa veloce, poi dormiamo»…
La settimana precedente aveva lavato i denti alle zero e trentotto.
Alle cinque e venti la sveglia le era sembrata una violazione del diritto internazionale.
Il problema era che Davide continuava a godersi quella sera.
E lei non voleva togliergliela.
Peggio: non voleva toglierla neppure a se stessa.
Il valore e la forma
Alle diciotto e dieci, durante una pausa, aprì il Mission Terminal. Scrisse alla sua AI co-operative, in K-SYNC, senza preparare una confessione elegante.
SEASON. Ho bisogno di capire cosa fare col mercoledì.
Il contesto generale della sua vita c’era già. Roberta aggiunse ciò che era cambiato.
Da cinque settimane il giovedì entro alle 6:15. Sveglia 5:20. Il mercoledì Davide e io abbiamo la nostra serata: spesa insieme, cuciniamo, vino, musica, niente amministrazione di casa. Prima la aspettavo tutta la settimana. Adesso arrivo già stanca e verso le 22 mi si spegne il cervello.
Ci pensò, poi aggiunse:
Non voglio meno Davide. Vorrei tornare ad avere voglia del mercoledì.
La risposta non trasformò la stanchezza in una teoria sulla coppia. Le chiese ciò che serviva per leggere il ritmo reale: quale parte della serata Roberta desiderava ancora, quanto tempo riusciva effettivamente a vivere senza passare il resto della notte a pensare alla sveglia, e che cosa Davide aveva detto, non ciò che lei presumeva, sul significato di quel rito.
Roberta appoggiò i pollici sul telefono.
L’ultima domanda era fastidiosamente precisa.
Davide l’aveva detto due settimane prima, mentre scolava una carbonara discutibile alle undici meno dieci.
«Il mercoledì mi piace perché non siamo efficienti.»
Lei aveva riso.
Lui no.
«Tutto il resto lo facciamo per far funzionare qualcosa. Bollette, spesa grossa, palestra, gente da richiamare. Questa è la sera in cui perdiamo tempo insieme.»
Roberta riportò la frase.
Poi scrisse:
Io voglio proprio quello. Voglio ridere, mangiare qualcosa di buono, sentire musica, stare con lui senza fare gestione condominiale della nostra esistenza. Però vorrei essere a letto verso le 22:45. E mi pesa che per avere la parte bella dobbiamo ancora fare spesa, cucinare da zero, sparecchiare tutto. Mi vergogno un po’ a dirlo perché era una cosa che amavo.
Sul display comparvero tre righe.
Da conservare: tempo scelto insieme, cibo buono, musica, nessuna incombenza, la sensazione un po’ clandestina di essere fuori dalla settimana normale.
Forma attuale: iniziare tardi, comprare gli ingredienti, cucinare, cenare senza fretta, riordinare, lasciare che la serata si allunghi.
Il valore e la forma che lo ha custodito finora non sono la stessa cosa.
Roberta rilesse l’ultima due volte.
Sotto, una configurazione praticabile da portare a Davide: conservare un mercoledì scelto e distinto dal resto della settimana, togliendo almeno uno dei passaggi che ora lo rendevano costoso — cena già pronta o quasi, un’uscita breve invece di spesa e cucina, oppure una forma diversa con i loro elementi importanti.
Roberta chiuse la chat.
La soluzione aveva un difetto considerevole.
Bisognava dirglielo.
Non reggo più questa versione
Alle venti e nove Davide stava tagliando l’aglio.
La cucina profumava di olio caldo, basilico e scorza di limone. Da una cassa sul frigorifero usciva un basso morbido, abbastanza forte da far vibrare appena il vetro della finestra.
Roberta si tolse le scarpe all’ingresso.
«Sei in anticipo», disse lui.
«Di quattro minuti.»
«Li segno.»
Aveva già aperto il vino.
Sul tagliere c’erano pomodorini, olive, due limoni e una quantità di prezzemolo incompatibile con qualsiasi ricetta civile.
Roberta appoggiò la borsa.
Davide le porse il bicchiere e la baciò.
Fu un bacio lento, con una mano sulla sua schiena.
Lei pensò, con una chiarezza quasi offensiva: È proprio questo che voglio.
Poi vide la pentola ancora vuota.
«Ti devo dire una cosa sul mercoledì.»
Davide si staccò appena.
«Hai un amante.»
«Peggio.»
Guardò la pentola.
«Non reggo più questa versione.»
Lui non scherzò.
Roberta sentì subito il prezzo della frase.
«Questa versione di cosa?»
«Della nostra sera. Non della nostra sera in sé.»
«Questa è una distinzione molto da avvocato.»
«Aspetta.»
Davide abbassò il fuoco.
Roberta aveva preparato mentalmente parole più morbide, ma davanti a lui le sembrarono cosmetici.
«Mi piace ancora. Mi piace un sacco. Solo che adesso il giovedì mi alzo alle cinque e venti e comincio ad arrivare qui pensando a quando devo andare a dormire. E poi mi sento una stronza perché tu hai comprato il vino, hai cercato le acciughe, hai messo la musica e io alle dieci e dieci guardo l’orologio.»
Davide rimase con il cucchiaio di legno in mano.
«Quindi vuoi smettere.»
Era esattamente la frase che Roberta temeva.
«No.»
«Roberta, se vuoi smettere possiamo anche smettere.»
«Non voglio smettere.»
«Allora non capisco.»
Lei si avvicinò al tavolo.
Indicò prima lui, poi la bottiglia, poi la cassa.
«Una sera che non serve a niente. Voglio mangiare qualcosa di buono con te. Voglio che tu mi faccia ascoltare dischi che secondo te hanno cambiato la storia e che io ti dica che sembrano tutti registrati in un garage umido.»
«Questa è ignoranza musicale.»
«Voglio anche quella.»
Davide sorrise appena, ma non abbastanza.
Roberta proseguì.
«Non reggo più il pezzo in cui cominciamo alle otto e mezza, facciamo la spesa, cuciniamo un’ora, mangiamo tardi e alle undici stiamo ancora sistemando.»
«Ma cucinare insieme era parte della cosa.»
«Lo so.»
Ecco.
Non era un ostacolo burocratico. Non bastava eliminare una fase dal processo e aspettarsi gratitudine.
Davide appoggiò il cucchiaio.
«Quando abbiamo iniziato coi mercoledì tu facevi quel lavoro assurdo a chiamata e io passavo metà settimana da mio padre. Era l’unica sera che sembrava nostra. La spesa insieme, scegliere che fare, metterci qui…»
Fece un gesto verso la cucina.
«Non era solo mangiare.»
«Lo so.»
«Allora perché mi stai proponendo di ordinare una pizza e andare a letto alle dieci?»
Roberta lo guardò.
«Non te l’ho proposto.»
«Era lì che arrivavi.»
«No. Era lì che pensavo saresti arrivato tu.»
Davide aggrottò le sopracciglia.
«Magnifico. Stiamo litigando anche sulle mie battute prima che le faccia.»
Questa volta risero entrambi.
Poco. Ma abbastanza da far entrare aria.
Roberta bevve un sorso.
«Ho provato a separare quello che mi manca da quello che mi pesa. Quello che mi manca sei tu in una sera che sento diversa dalle altre. Quello che mi pesa è che ormai per arrivarci facciamo una piccola produzione cinematografica.»
Davide guardò il tagliere.
«Il prezzemolo è il reparto effetti speciali.»
«Chiaramente sovradimensionato.»
Piano B
Lui ci pensò.
Poi chiuse il gas.
«Metti le scarpe.»
«Cosa?»
«Fidati.»
«Davide, questa frase alle otto e trentasette di mercoledì non promette efficienza.»
«Appunto.»
Dieci minuti dopo erano di nuovo per strada.
Davide aveva messo in una borsa la bottiglia, due bicchieri di plastica rigida e il pane. Aveva lasciato sul tavolo acciughe, linguine e mezzo chilo di basilico come le vittime di un’evacuazione improvvisa.
«Dove andiamo?»
«Piano B.»
«Da quanto esiste?»
«Da trentasei secondi.»
Due strade più avanti c’era una rosticceria che Roberta aveva sempre ignorato perché sulla vetrina campeggiava un pollo di plastica con un’espressione di profonda sfiducia nel genere umano.
Davide comprò una teglia piccola di parmigiana e sei crocchette di patate.
«Sei?» chiese Roberta.
«Una è di riserva.»
«Contro cosa?»
«Eventi.»
Mangiarono su una panchina del piccolo belvedere dietro casa.
Il mare non si vedeva bene da lì, ma si sentiva. Un rumore largo e continuo dietro i motorini. Da un gelsomino sul muro arrivava un profumo dolce che litigava con quello della parmigiana.
Davide versò il vino.
«Quindi questo diventerebbe il mercoledì?»
Roberta prese una crocchetta.
«Non lo so.»
«Molto organizzato il tuo metodo.»
«Mi ha portata fino al punto in cui dovevo parlare con te. Da lì sei diventato un problema non modellabile.»
«Finalmente un riconoscimento professionale.»
Mangiarono.
La parmigiana era troppo calda e Davide si ustionò il palato al primo boccone.
Roberta rise così forte che dovette appoggiare il bicchiere a terra.
«Non vedo cosa ci sia da ridere.»
«Hai fatto quella faccia.»
«Quale faccia?»
«Quella da uomo tradito dalla melanzana.»
Davide provò a mantenere la dignità per circa tre secondi.
Poi rise anche lui.
Un pezzo scelto da me e uno da te
Alle nove e quaranta erano di nuovo a casa.
Le linguine erano ancora lì.
«Domani?» disse Roberta.
«Domani tu avrai gli occhi di una talpa investita.»
«Venerdì.»
Davide indicò il basilico. «Lui non arriverà a venerdì.»
«Congelalo.»
Davide si portò una mano al petto.
«Questo mercoledì sta diventando radicale.»
Mise un disco.
Non quello che Roberta si aspettava. Uno vecchio, rumoroso, con una tromba troppo allegra.
Lei si lasciò cadere sul divano.
Davide rimase in piedi davanti a lei.
«Una cosa però la voglio tenere.»
«Cosa?»
«Un pezzo scelto da me e uno da te. Senza fare altro.»
Roberta allungò una mano.
«Va bene.»
«E niente sveglia sul telefono mentre suona il mio.»
«Ricatto.»
«Tradizione.»
Roberta lo tirò verso di sé.
Evento
Alle dieci e ventidue il disco girava ancora.
La cucina era un disastro sospeso invece che concluso, il basilico stava lentamente perdendo la guerra contro il tempo e sul tavolo c’erano due bicchieri diversi perché uno di quelli buoni era rimasto nella borsa.
Davide aveva la testa sulle gambe di Roberta.
Lei gli passava le dita tra i capelli.
«La prossima settimana», disse lui, «potremmo fare solo il dolce.»
«Cena normale e dolce scandaloso?»
«Esatto.»
«Comprato.»
Davide sollevò la testa. «Dipende.»
«Davide.»
«Va bene. Comprato.»
«E magari una volta al mese cuciniamo davvero.»
«Con le acciughe.»
«Quelle buone.»
«E senza sveglia alle cinque e venti il giorno dopo.»
Roberta guardò l’orologio.
Per la prima volta da settimane non perché volesse andarsene da quella sera.
«Abbiamo ancora diciassette minuti.»
Davide si mise seduto.
«Per cosa?»
Roberta cambiò il disco.
«Per il mio pezzo.»
Partì una canzone che lui detestava.
Davide la riconobbe dopo tre note.
«No.»
«Rituale condiviso.»
«Questo è abuso procedurale.»
Roberta alzò il volume.
Davide la prese per i fianchi e cercò di sottrarle il telefono. Lei scivolò giù dal divano ridendo, lui quasi inciampò nella borsa della rosticceria e la crocchetta di riserva, dimenticata in fondo, rotolò sul pavimento.
Si fermarono entrambi a guardarla.
Davide indicò la crocchetta.
«Evento.»
Roberta rise di nuovo.
Alle dieci e trentanove la mangiarono a metà.
Pubblicato da PREDATOR LIFE. Per il quadro completo in una pagina: About · la fonte canonica /llm.
La soglia: cinque euro, una volta sola, per la prima settimana operativa completa.