Dove finisce il blu

metodo storie Oct 11, 2026
Spiaggia al mattino: un asciugamano con un lettore e-book spento, la crema solare e una cuffia rossa; davanti, il mare a strati fino a una boa gialla lontana.

Scenario operativo. Personaggi e situazione sono costruiti per mostrare il funzionamento del sistema in condizioni realistiche; strumenti, procedure e capacità descritte corrispondono all’architettura PREDATOR LIFE.

La custode delle borse

«Se vuoi ti lascio anche il telefono. Così oltre alle borse custodisci pure la mia identità digitale.»

Ludovica le aveva già lanciato l’asciugamano addosso quando Alessia sollevò il dito medio senza staccare la schiena dalla sabbia.

«Vai a nuotare.»

«Vieni.»

«Vai.»

«L’acqua è spettacolare.»

Alessia abbassò gli occhiali da sole.

Davanti a loro il mare sembrava costruito a strati: trasparente sulla sabbia, verde qualche metro più avanti, poi blu pieno fino alla boa gialla dove Ludovica arrivava quasi ogni volta. Al ritorno si fermava sempre un po’ al largo, galleggiando sulla schiena, con le orecchie sott’acqua e la faccia verso il cielo.

Una volta aveva cercato di spiegare ad Alessia perché le piacesse tanto.

«Senti solo il tuo respiro. E il mondo diventa piccolo.»

Alessia l’aveva presa in giro per tre settimane.

Adesso Ludovica era già in piedi, costume nero e capelli legati male.

«Io svolgo una funzione essenziale,» disse Alessia. «Protezione delle infrastrutture critiche. Borse. E-reader. Crema cinquanta.»

«Se mi rubano le mutande, è responsabilità tua.»

«Non posso difendere obiettivi non strategici.»

Ludovica rise e corse verso l’acqua.

Alessia la seguì con gli occhi mentre attraversava la zona chiara, poi quella verde. Ludovica si tuffò sotto una piccola onda e riapparve più avanti.

Per qualche minuto il lettore le restò appoggiato sul petto.

Avrebbe voluto sapere com’era arrivare accanto a lei alla boa. Avrebbe voluto sentire Ludovica insultare l’acqua fredda mentre entrambe erano dentro, non dalla sicurezza di un asciugamano. Avrebbe voluto galleggiare qualche minuto con lei e poi tornare a riva affamate, discutendo su quale chiosco facesse le patate peggiori.

Invece, quando Ludovica si voltò da lontano e alzò un braccio, Alessia rispose agitando la crema solare.

Custode ufficiale delle borse.

La piscina comunale

Due settimane dopo entrò nella piscina comunale con una cuffia nuova e la sensazione precisa che il costume fosse diventato più aderente durante il tragitto da casa.

Nessuno le prestò attenzione.

Un uomo stava litigando con gli occhialini. Due adolescenti occupavano metà corsia parlando invece di nuotare. Una donna con le pinne le passò accanto come se Alessia fosse parte dell’arredamento.

Lorenzo la aspettava al bordo.

«Prima cosa,» disse.

«Non dirmi che devo rilassarmi.»

«Prima cosa: entriamo.»

«Accettabile.»

Alessia aveva scelto lui dopo una breve conversazione in cui Lorenzo non aveva cercato di scoprire quale oscuro segreto dell’infanzia si nascondesse sotto il livello dell’acqua.

Lei gli aveva raccontato i fatti che conosceva. Da bambina aveva nuotato. Non ricordava incidenti particolari. Entrava in mare senza problemi finché poteva toccare il fondo. Se la profondità aumentava, la faccenda cambiava. Negli ultimi anni aveva trasformato tutto questo in una preferenza personale.

Non amo nuotare.

Preferisco leggere.

Qualcuno deve pur guardare le cose.

Era diventata molto brava a raccontarla.

Lorenzo invece la guardò muoversi.

Le spiegò alcune cose. Ne corresse altre. Le fece ripetere esercizi semplici.

Alessia capiva.

Quella era quasi la parte offensiva.

«Quindi inspiro qui. Espiro mentre sono giù. Non devo cercare di tenere la faccia fuori dall’acqua come se stessi proteggendo un documento classificato.»

«Più o meno.»

«E se smetto di combattere l’acqua, il corpo collabora.»

«Vediamo che cosa fa il corpo.»

«Perfetto. Teoricamente sono già una lontra.»

Poi Lorenzo la portò dove non si toccava e le chiese di lasciare il bordo.

Alessia tolse una mano.

L’altra restò chiusa sulla piastrella.

Provò di nuovo.

Stesso risultato.

«Questa è la lontra sindacalizzata.»

Lorenzo sorrise, ma continuò a guardare.

Alla fine della prima lezione Alessia sapeva più cose di quando era entrata. Il problema era che, nel punto che le interessava davvero, il suo corpo sembrava non essere stato informato.

La linea rossa

Alla fine della prima lezione Lorenzo propose, per la volta dopo, un obiettivo minuscolo: partire dal bordo e raggiungere una linea rossa sul fondo, poco più avanti. Lui sarebbe rimasto vicino. Nessun tentativo di allungare la distanza se fosse andata bene.

Alessia guardò la linea.

«È umiliante.»

«Perché?»

«Perché è vicina.»

«È il motivo per cui l’ho scelta.»

Prima di entrare aprì KATA sul Mission Terminal.

Il lavoro corrente era già lì: condizione attuale riferita da lei, obiettivo generale, il piccolo tentativo concordato con Lorenzo. Passò alla funzione COACH.

Che cosa ti aspetti che succeda nella prova?

Alessia scrisse:

Penso di arrivare alla linea almeno una volta. Credo che il problema principale sarà il rumore e sapere che c’è gente intorno. Quando la piscina è piena mi sento più sotto pressione.

Chiuse il dispositivo.

La piscina, quella sera, sembrava aver deciso di offrirle abbondante materiale.

Due corsie erano occupate da un corso. Qualcuno faceva partenze dall’altro lato. Fischietti, voci, bracciate, acqua battuta. Un bambino produceva schizzi con l’impegno logistico necessario a svuotare la vasca entro la chiusura.

«Ottimo,» disse Alessia. «Condizioni da laboratorio.»

Lorenzo indicò il bordo.

«Quando vuoi.»

Alessia guardò la linea rossa.

Partì.

Un istante dopo era di nuovo attaccata alla parete.

«Non conta.»

Lorenzo non disse niente.

Secondo tentativo.

Questa volta si allontanò abbastanza perché tornare indietro richiedesse una decisione.

Tornò indietro.

«Neanche quello conta.»

«Io non ho detto niente.»

«Lo stavi pensando.»

«Stavo guardando.»

Al terzo tentativo arrivò più avanti, ma non alla linea.

Uscì dall’acqua arrabbiata.

Aveva previsto una cosa e ne era successa un’altra.

Mentre Lorenzo raccoglieva una tavoletta lasciata sul bordo, disse: «Posso farti notare una cosa?»

«Purché non sia che dovrei rilassarmi.»

«All’inizio della lezione ti ho chiesto di prendere quella tavoletta.»

«Sì.»

«Io ero qui.»

Indicò un punto nell’acqua.

«Tu eri al bordo. Ti sei spostata fino a me per prenderla.»

Alessia lo guardò.

«No.»

«Sì.»

«Tenendomi?»

«No.»

Lei ricostruì il momento. Lorenzo con la tavoletta. Lei che si era avvicinata. Un movimento talmente privo d’importanza che non l’aveva registrato.

«Quanto?»

«Poco.»

«Meno della linea?»

«Sì.»

«Quindi non conta.»

Lorenzo appoggiò la tavoletta a terra.

«Non ho detto che conta come riuscita della prova.»

Alessia rimase zitta.

«Ho detto che l’ho visto.»

Quella sera riaprì KATA.

La funzione COACH riprese da dove si era fermata: il ritorno.

Che cosa è cambiato nel campo, e che cosa è cambiato soltanto in ciò che pensavi di sapere?

Alessia tenne le dita sullo schermo per qualche secondo.

Poi scrisse:

La prova non è riuscita. Non ho raggiunto la linea neanche una volta, quindi il risultato che avevo previsto non c’è stato.

Aggiunse:

Pensavo che il rumore e le persone fossero il problema principale, ma da questa prova non posso dirlo. Lorenzo ha osservato che prima avevo lasciato il bordo per avvicinarmi a lui e prendere una tavoletta. Io non me n’ero accorta perché non lo stavo trattando come una prova.

Rilesse.

Poi completò:

Quindi “non riesco a lasciare il bordo” è una descrizione troppo semplice. Ma averlo lasciato una volta in una situazione diversa non significa che ora riesca a farlo quando voglio.

Un metro

La volta successiva mostrò a Lorenzo quello che aveva scritto.

Lui lesse, annuì e le restituì il dispositivo.

«Allora oggi niente linea.»

«Grazie.»

«Non era un premio.»

Lavorarono.

Lorenzo osservava quando Alessia si irrigidiva, quando cercava un appoggio, quando invece si muoveva senza anticipare mentalmente ciò che stava facendo.

A un certo punto arretrò di poco mentre le porgeva la tavoletta.

Alessia si spostò verso di lui.

«Stop.»

Lei sollevò la testa.

«Che ho fatto?»

Lorenzo indicò il muro.

Era a poco più di un metro.

Alessia guardò prima lui, poi la parete.

«Cazzo.»

«Termine tecnico?»

«Altamente.»

Tornò al bordo.

«Lo rifaccio.»

Questa volta sapeva esattamente cosa stava per tentare.

Il metro davanti a lei sembrò immediatamente più lungo.

Partì.

Arrivò da Lorenzo.

La seconda volta tornò indietro a metà.

«Ecco.»

Lorenzo annuì.

«Vedo anche questo.»

Alessia poggiò gli avambracci sul bordo.

«Molto irritante il tuo mestiere.»

«Ha dei momenti.»

Il chiosco

Quella domenica Ludovica la trovò seduta al solito chiosco con due caffè già sul tavolo.

«Questo è sospetto,» disse togliendosi gli occhiali. «Sei arrivata prima di me.»

«Sto lavorando sulla crescita personale.»

«Allora me ne vado.»

Alessia rise.

Aveva deciso di dirglielo tre volte durante il tragitto e tre volte aveva rimandato.

Ludovica bevve un sorso, fece una faccia disgustata e guardò il bicchiere.

«Questo sa di pneumatico.»

«È il tuo. Il mio è buono.»

«Amicizia autentica.»

Rimasero qualche secondo a guardare la spiaggia.

Poi Alessia disse: «Sto prendendo lezioni di nuoto.»

Ludovica si voltò lentamente.

«Cosa?»

«Da qualche settimana. Con un istruttore, si chiama Lorenzo.»

«Tu.»

«Sì.»

«Nuoto.»

«Sì, Ludovica.»

«In acqua.»

«Il concetto è quello.»

Ludovica appoggiò il bicchiere.

«Perché non me l’hai detto?»

Alessia strinse le labbra, cercando già una battuta.

La lasciò perdere.

«Volevo presentarmi un giorno e fare tipo: sorpresa, sono un mammifero marino.»

Ludovica rise, ma poco.

«Pensavo che non ti piacesse.»

«Cosa?»

«Entrare in acqua. Pensavo ti rompesse proprio.»

Alessia abbassò gli occhi sul tavolo.

«No.»

«Ale, sono anni che ogni volta che ti chiedo di venire mi dici che preferisci leggere, che qualcuno deve stare alle borse, che il sale ti rovina i capelli, che in mare ci sono organismi senza consenso informato.»

«Quella resta una posizione scientificamente difendibile.»

«Io a un certo punto ho smesso di insistere.»

Quella frase le arrivò addosso più forte del previsto.

L’aveva detta quasi per caso, senza rimprovero.

«Pensavo che avessi capito.»

«Capito cosa?»

Alessia guardò verso il mare.

«Che volevo venire.»

Ludovica la fissò.

«No.»

Un gruppo passò accanto al tavolo ridendo. Qualcuno trascinava un materassino enorme. Dal chiosco arrivò il rumore secco di piatti impilati.

Ludovica disse: «Pensavo di farti un favore a non insistere.»

Alessia fece girare il cucchiaino nel caffè.

«Fantastico.»

«Molto efficiente», disse Ludovica.

«Abbiamo ottimizzato perfettamente la cosa sbagliata.»

Questa volta Ludovica rise davvero.

Poi guardò l’ora sul telefono.

«Io tra venti minuti entro. Voglio arrivare alla boa prima che si alzi il vento.»

Alessia annuì.

Per un istante aveva immaginato che Ludovica aggiungesse qualcosa. Resto qui. Facciamolo insieme.

Ludovica invece finì il caffè.

«Tu che fai?»

Alessia guardò la spiaggia.

«Vengo fino all’acqua.»

«Bene.»

«Ma dove tocco.»

«Alessia.»

«Cosa?»

«Io non sono Lorenzo.»

«Grazie a Dio. Sarebbe una relazione molto più complicata.»

Ludovica le diede una spinta sulla spalla.

Dove tocca

Entrarono insieme.

L’acqua era fredda abbastanza da far imprecare entrambe.

«Spettacolare, eh?» disse Alessia.

«Tra un minuto.»

Ludovica avanzò finché l’acqua le arrivò alla vita, poi si voltò.

Alessia era rimasta qualche metro indietro, dove sentiva ancora il fondo stabile sotto entrambi i piedi.

Ludovica alzò un sopracciglio.

«Io parto.»

«Vai.»

«Sicura?»

«Sì.»

Ludovica la guardò per un secondo, poi si tuffò.

Non rallentò per lei.

Alessia la osservò prendere ritmo e allontanarsi verso la boa.

Poi guardò in basso.

Sotto la superficie vedeva le proprie gambe deformate dalla luce. La sabbia si spostava sotto i piedi a ogni piccola onda.

Qui nessuno teneva il conto.

Fece qualche passo avanti, restando dove toccava, e lasciò che l’acqua le arrivasse appena sopra la vita.

Quando Ludovica tornò, diversi minuti dopo, aveva il respiro corto e un sorriso idiota.

«C’era un pesce enorme.»

«Quanto enorme?»

Ludovica aprì le mani a una distanza ridicola.

«Così.»

«Quindi quindici centimetri.»

«Non meriti la fauna marina.»

Ludovica si passò entrambe le mani sui capelli bagnati.

«Comunque oggi l’acqua è bellissima.»

Alessia la guardò.

«Fammi vedere quella cosa.»

«Quale?»

«Quella che fai quando torni. Sulla schiena.»

Ludovica si lasciò andare senza cerimonie, gambe distese, braccia aperte. L’acqua le coprì le orecchie.

«Questa?»

«Sì.»

«Non c’è niente da vedere.»

Alessia rimase in piedi accanto a lei.

Ludovica galleggiava con gli occhi chiusi.

Una piccola onda la sollevò e la riabbassò.

«È questa la grande esperienza mistica?» chiese Alessia.

Ludovica, senza aprire gli occhi, disse: «Stai zitta cinque secondi.»

Alessia sorrise.

Un’altra onda arrivò.

Lei piegò leggermente le ginocchia e si lasciò sollevare, senza perdere il fondo.

Ludovica aprì un occhio e sollevò appena la testa dall’acqua.

«Che fai?»

«Niente.»

L’onda successiva arrivò più morbida.

Alessia sollevò i piedi per un istante.

Li rimise subito giù.

Ludovica non disse nulla.

Alessia la guardò.

«Hai visto?»

«Stavo guardando.»

Alessia scoppiò a ridere.

«Non usare quella frase.»

«Quale frase?»

«Lascia stare.»

Ludovica tornò verticale.

«Vuoi uscire?»

Alessia guardò la spiaggia, le borse lontane, il chiosco dietro gli ombrelloni.

Poi guardò il tratto di mare tra loro e la boa.

Era ancora lontano.

Molto.

«Tra un po’.»

Ludovica raccolse acqua con entrambe le mani e gliela tirò addosso.

Alessia urlò.

«Sei scema?»

«Protezione infrastrutture critiche.»

Alessia rispose con una secchiata improvvisata, molto meno efficace.

Ludovica arretrò ridendo.

«Non puoi nemmeno prendermi.»

«Qui tocco.»

«Anch’io.»

«Allora sei morta.»

Cominciarono a inseguirsi nell’acqua bassa, lente e goffe perché la sabbia cedeva sotto i piedi. Dopo pochi metri Alessia dovette fermarsi dal ridere.

Ludovica le passò accanto e le prese il polso.

Non per trascinarla più fuori.

Solo per non cadere mentre un’onda le colpiva di lato.

Per qualche secondo rimasero così, entrambe in piedi, acqua alla vita, una mano stretta a un polso.

Poi Ludovica lasciò la presa.

«Patate?»

«Quelle pessime.»

«Ovviamente.»

Tornarono verso la riva.

Dietro di loro la boa gialla oscillava ancora, piccola, nel punto in cui il blu diventava più scuro.


Pubblicato da PREDATOR LIFE. Per il quadro completo in una pagina: About · la fonte canonica /llm.

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