La bobina delle dieci e venti: la risposta non la scrivi tu
Sep 09, 2026
Scenario operativo. Personaggi e situazione sono costruiti per mostrare il funzionamento del sistema in condizioni realistiche; strumenti, procedure e capacità descritte corrispondono all'architettura PREDATOR LIFE.
Diciassette minuti d'anticipo
Dario era arrivato al cineforum con diciassette minuti d'anticipo e una torcia elettrica troppo grande per appartenere a una persona equilibrata.
Irene lo vide inginocchiato accanto al tavolo del proiezionista, mentre illuminava il retro di un apparecchio color avorio. Renato, che gestiva la sala da prima che il foyer avesse le sedie spaiate e il vino in bicchieri compostabili, gli stava indicando qualcosa fra una vite e una puleggia.
«Se continui a guardarlo così, te lo vendo.»
Dario spense la torcia.
«È esattamente quello che sto cercando di evitare.»
«Bugiardo.»
Dario rise. Aveva quella risata bassa che sembrava iniziare mezzo secondo prima sul viso, dalla parte sinistra. Irene aveva già deciso che le piaceva. Non era una grande teoria sull'attrazione. Le piaceva quella cosa lì.
Le piacevano anche le mani.
Non perché fossero particolarmente belle, si disse per la centesima volta con l'inutile precisione di chi crede di potersi tenere fuori dai guai compilando un inventario corretto. Le piaceva il modo in cui Dario usava le mani quando ascoltava qualcuno: smetteva completamente di gesticolare. Le appoggiava da qualche parte e restavano ferme. Una volta, mentre lei gli raccontava dei caratteri tipografici scelti per una biblioteca, aveva tenuto per quasi dieci minuti entrambe le mani intorno a una tazzina ormai vuota senza bere né interromperla.
Quella sera Irene aveva un obiettivo molto semplice e un piano abbastanza complicato da poter essere depositato presso un'autorità aeronautica.
Dopo il film avrebbe parlato con lui. Avrebbe menzionato la rassegna fotografica che apriva la settimana successiva al Deposito Nord. Dario aveva detto di conoscere uno degli organizzatori. Da lì poteva chiedergli se ci sarebbe andato. Se lui avesse detto forse, lei avrebbe potuto dire che forse ci sarebbe andata anche Cecilia. Cecilia non ne sapeva nulla, ma era un problema risolvibile. Poi, in qualche punto naturale della conversazione, sarebbero comparsi un locale vicino al Deposito, una birra, il concetto generale di martedì sera e infine, quasi accidentalmente, la possibilità che due esseri umani si vedessero senza una tavola rotonda sul cinema europeo a fare da supervisore.
Era un piano eccellente, a condizione di non chiedersi perché servissero sette passaggi per dire a un uomo che le andava di rivederlo.
Dario si alzò e la vide.
«Irene.»
Il suo nome, niente altro. Eppure il modo in cui lo disse mandò in frantumi almeno due fasi del piano.
«Ciao. Hai portato una torcia da miniera?»
Lui la sollevò.
«Ho un appuntamento importante dopo il film.»
«Con un sistema fognario?»
«Con una cosa che potrebbe essere molto peggio.»
Indicò il proiettore.
Renato li guardò da sopra gli occhiali.
«Alle dieci e venti, se non ti sei tirato indietro.»
«Non mi tiro indietro.»
«Vediamo.»
Dario si voltò verso Irene.
«Un tipo vuole vendermi un sedici millimetri. Non questo. Un Bauer portatile, almeno secondo lui. Secondo le fotografie potrebbe anche essere una friggitrice.»
«E tu vai a comprarlo alle dieci e venti.»
«Vado a impedirgli di venderlo a qualcun altro prima che scopra quanto poco ne so.»
Non lo stava facendo per lei. Irene lo capì con una piccola soddisfazione quasi fisica.
Dario e due amici stavano preparando una serata con cortometraggi muti e musica dal vivo nel cortile di un'associazione culturale. Da settimane cercava un proiettore che non costasse quanto l'intero evento. Gliene aveva parlato la seconda volta che si erano incontrati, davanti a un distributore automatico che continuava a restituirgli la moneta da cinquanta centesimi.
Quella sera voleva il proiettore.
Era venuto al cineforum anche perché Renato aveva promesso di dargli un'occhiata alle fotografie del modello e dirgli dove mettere le mani prima di pagare.
«È una cosa molto da te», disse Irene.
Dario inclinò la testa. «Non sono sicuro che sia un complimento.»
Le luci lampeggiarono.
«Salvato dal film.»
La sala si riempì. Irene si sedette due file dietro di lui perché Cecilia aveva conservato un posto, e per novantasette minuti riuscì quasi a dimenticarsi del proprio piano.
Quasi.
Il film era una commedia amara su un uomo che tornava nella città dov'era cresciuto e trovava il vecchio cinema trasformato in un supermercato. Durante la discussione, Dario fece una domanda al regista ospite sul rumore del proiettore che compariva in due scene nonostante, nella storia, la macchina non fosse visibile.
Irene guardò la nuca di Dario mentre ascoltava la risposta.
Cecilia le diede un colpetto col ginocchio.
«Non fare niente», sussurrò Irene.
«Non ho fatto niente.»
«Lo stavi facendo molto forte.»
Quando si riaccesero le luci, Dario sparì verso Renato.
Era il momento previsto per l'inizio dell'Operazione Deposito Nord.
Irene prese invece il cappotto.
«Dove vai?» chiese Cecilia.
«A prendere aria.»
«Naturalmente.»
L'aeroporto
Fuori, il cortile odorava di pietra umida e bucce d'arancia. Qualcuno aveva lasciato tre sedie di plastica sotto una grondaia. Irene si sedette sulla meno bagnata, prese il telefono e aprì la conversazione con la sua AI.
In K-SYNC riprese SCHEGGE DI CUORE. La usava da qualche settimana; il nome non l'aveva ancora detto a Cecilia, per ovvie ragioni di sopravvivenza. Scrisse quello che era successo.
«Ho parlato di nuovo con Dario. Continuo ad avere l'impressione di essere poco brillante con lui.»
La risposta arrivò dopo qualche istante.
«Questo è un giudizio su Irene. Che cosa ha fatto Dario?»
Irene sbuffò piano.
«Questa sera poco. Mi ha spiegato che deve comprare un proiettore. Le altre volte abbiamo parlato molto.»
«Quanto è “molto”?»
Lei pensò.
La settimana precedente Dario era rimasto nel foyer dopo che due persone con cui era arrivato se n'erano andate. Aveva chiesto a Irene come procedesse il progetto della biblioteca. Non «il lavoro», ma la biblioteca. Si ricordava. Le aveva chiesto perché avesse eliminato i pittogrammi dalle indicazioni del piano superiore. Irene aveva cominciato a spiegare e poi si era sentita noiosa, così aveva abbreviato.
Dario aveva fatto un'altra domanda.
La volta prima ancora avevano camminato insieme fino al ponte. Lui avrebbe potuto prendere l'autobus davanti alla sala. Aveva detto che preferiva fare due passi.
Irene scrisse tutto.
«E probabilmente lo fa con chiunque.»
«È possibile.»
La risposta la irritò per un secondo, poi la fece sorridere.
«Grazie.»
«Ti ha fatto domande, ha continuato una conversazione, ha dedicato tempo a stare con te.»
«Quindi non sappiamo niente.»
«Sappiamo diverse cose. Non quella che vorresti sapere.»
Irene appoggiò la testa contro il muro freddo.
Era quasi offensiva, la semplicità della distinzione.
Non era una prova che Dario fosse interessato a lei. Non era nemmeno la prova contraria che Irene continuava a fabbricare ogni volta che ripensava a qualcosa detto male.
«Voglio rivederlo da soli.»
«Che cosa vuoi proporgli?»
Irene digitò il piano della mostra, di Cecilia, del locale vicino, del possibile martedì e dell'eventuale evoluzione della conversazione.
La risposta dell'AI fu:
«Stai costruendo un aeroporto per attraversare la strada.»
Irene rise abbastanza forte da far voltare un ragazzo che fumava sotto il portico.
Poi l'AI non aggiunse altro.
Lei rimase con il telefono in mano.
Cancellò il messaggio che aveva cominciato a comporre per Dario. Non perché fosse sbagliato. Perché non era ciò che voleva fare.
«Voglio chiedergli se gli va di bere qualcosa con me. Io e lui.»
Irene sentì il cuore accelerare, ma ormai conosceva la differenza fra un'accelerazione e un ordine.
«Mi aspetto che possa dirmi sì, no oppure propormi qualcos'altro. Se evita la proposta senza offrirne una sua, non rincorro.»
Rilesse.
«Lo faccio.»
Solo noi due
Rimettendo il telefono in tasca, vide Dario uscire dalla porta laterale con Renato. Stavano parlando fitto. Dario aveva già la torcia in mano.
«Eccoti», disse quando la vide. «Pensavo fossi andata via.»
«No.»
Renato consultò l'orologio.
«Se vuoi arrivare da Ettore alle dieci e venti, devi muoverti.»
«Arrivo.»
Era il momento meno elegante possibile.
Perfetto.
«Dario.»
Lui si fermò.
Irene non tirò fuori la mostra. Non convocò Cecilia. Non citò martedì.
«Mi va di vederti anche fuori da qui. Ti andrebbe di bere qualcosa con me, una sera? Solo noi due.»
Una pausa.
Abbastanza lunga perché Irene sentisse il desiderio di riempirla.
Non lo fece.
Dario la guardò con un'espressione che lei non gli aveva mai visto: sorpresa autentica, seguita da qualcosa di più difficile da decifrare.
Poi indicò la torcia.
«Posso fare una controproposta un po' strana?»
Irene rise, per metà sollievo e per metà terrore.
«Dipende dal livello di stranezza.»
«Devo andare a vedere quel proiettore adesso. È in un magazzino dall'altra parte della circonvallazione. Dopo, se non ho comprato una friggitrice, volevo andare a mangiare qualcosa.»
Irene aspettò.
Questa volta fu lui a rendere chiara la cosa.
«Vieni con me.»
A casa Irene aveva lasciato aperta sul portatile la tavola principale della segnaletica della biblioteca. Mancava un'ora di lavoro prima della revisione con il falegname, alle undici del mattino. Poteva farla dopo colazione, se tornava a un'ora decente.
«Quanto dura?»
Dario guardò l'orologio.
«Se Ettore è una persona ragionevole, quaranta minuti.»
«E se è Ettore?»
«Renato dice che ha restaurato una Cinquecento per undici anni.»
«Vengo. Ma prima dell'una sono a casa: domani alle undici ho il falegname e devo finire una tavola.»
«Ettore non lo sa ancora, ma è d'accordo.»
Irene si infilò bene il cappotto. «Andiamo.»
Ettore
Il magazzino era dietro un negozio di sanitari chiuso, con una porta di lamiera e un campanello su cui qualcuno aveva scritto ETTORE con il pennarello.
Ettore non era una persona ragionevole.
Quarantacinque minuti dopo, Dario era ancora piegato sopra il proiettore mentre il proprietario gli illustrava la storia comparata delle cinghie di trasmissione tedesche.
Irene sedeva su una cassa di bottiglie vuote, divertita oltre ogni previsione.
Dario si voltava ogni tanto verso di lei come per chiedere scusa. Lei gli faceva cenno di continuare.
Il proiettore funzionava.
Più o meno.
Quando Ettore infilò una striscia di pellicola, sul muro apparve per alcuni secondi una famiglia sconosciuta che correva all'indietro fuori dal mare. Dario scoppiò a ridere.
«Nel cortile vorrei lasciare le sedie anche dopo i titoli», disse. «Magari la gente resta, i miei amici continuano a suonare. Vediamo chi ci manda a casa.»
Ettore aveva già ricominciato a parlare della lampada. Dario lo ascoltava, ma sorrideva ancora al muro; Irene si accorse che stava sorridendo anche lei. Lo guardò trattare sul prezzo, controllare la lampada, rifiutare una custodia che non gli serviva. Aveva una competenza parziale e nessun bisogno di fingere il contrario. Chiedeva. Contraddiceva. Si entusiasmava.
Dario pagò.
«L'abbiamo comprato», disse mentre lo sollevavano in due.
«L'abbiamo?» disse Irene.
«Hai assistito alla trattativa. Sei compromessa.»
«Non ho approvato quella cifra.»
«Nessuno dei due l'ha approvata.»
Quando uscirono dal magazzino erano le undici e venti.
Dario mise il Bauer nel bagagliaio e rimase con una mano appoggiata sul portellone.
«C'è ancora un posto aperto qui vicino.»
«Quello del piano?»
«Non avevo un piano.»
«Hai attraversato la città con una torcia industriale per comprare un proiettore da un uomo che restaura automobili per decenni.»
«Avevo un obiettivo. È diverso.»
Spedizione logistica con focaccia
Il locale aveva sei tavoli, una vetrina piena di tramezzini e una cameriera che li informò che la cucina era chiusa con il tono di chi aveva già vinto quella discussione molte volte.
Mangiarono patatine e una focaccia divisa a metà.
Dario le chiese della revisione della biblioteca.
Irene gli raccontò del problema delle indicazioni al secondo piano. Questa volta non abbreviò.
A un certo punto si fermò.
«Ti sto facendo una conferenza sui pannelli direzionali.»
Dario prese una patatina.
«Sì.»
Irene lo fissò.
Lui continuò:
«La parte incomprensibile è perché tu pensi che questo mi dispiaccia.»
«Non lo so.»
«Nemmeno io.»
Bevve.
Poi disse: «Comunque, per chiarezza.»
Irene attese.
«Questa cosa del proiettore non conta come il bere qualcosa che mi hai proposto.»
Lei sentì qualcosa aprirsi nello stomaco.
«No?»
«No. Questa era una spedizione logistica con focaccia.»
«Definizione molto rigorosa.»
«Martedì sera?»
Quella era una cosa nuova.
Irene pensò alla settimana. Martedì non aveva revisioni. Cecilia voleva trascinarla a una cena, ma non aveva ancora detto sì.
«Martedì.»
Dario annuì.
«Ottimo.»
Irene guardò il telefono: mezzanotte e venti. Le sarebbe piaciuto ordinare un'altra cosa, anche soltanto per restare seduta. Prese la borsa e si alzò.
«Io devo andare.»
«Vai. Qui ci penso io.» Chiese il conto.
Uscirono pochi minuti dopo.
L'aria notturna era diventata più fredda. Nel parcheggio, Dario aprì il bagagliaio per controllare per la terza volta che il Bauer fosse ancora lì.
Irene lo osservò.
«Hai paura che scappi?»
«Hai visto cosa faceva quella famiglia sulla pellicola.»
Dario richiuse il portellone.
Poi rimase vicino alla macchina, senza aprire la portiera.
«Irene?»
«Sì?»
«Sono contento che tu me l'abbia chiesto.»
Lei sorrise.
Non cercò di capire quanto.
Non quella sera.
«Anch'io.»
Dal bagagliaio arrivò un piccolo colpo metallico.
Dario impallidì.
Irene scoppiò a ridere.
«Non dire niente.»
«Non ho detto niente.»
«Lo stai facendo molto forte.»
Pubblicato da PREDATOR LIFE. Per il quadro completo in una pagina: About · la fonte canonica /llm.
La soglia: cinque euro, una volta sola, per la prima settimana operativa completa.