Due curve più avanti
Sep 16, 2026
Scenario operativo. Personaggi e situazione sono costruiti per mostrare il funzionamento del sistema in condizioni realistiche; strumenti, procedure e capacità descritte corrispondono all'architettura PREDATOR LIFE.
Il contributo diplomatico
Sofia aveva appena infilato tre panini nello zaino termico quando Manuel disse:
«Comunque domani io parto per conto mio.»
Lo disse dal corridoio, chinato sulle scarpe, con la naturalezza di chi sta ricordando di comprare il ghiaccio. Beatrice era seduta sul piano della cucina e cercava di aprire una confezione di albicocche secche senza rovesciarla.
Sofia rimase con una mano dentro lo zaino.
«In che senso per conto tuo?»
Manuel sollevò la testa.
«Nel senso normale di per conto mio.»
«Pensavo corressimo insieme.»
Beatrice smise di lottare con la plastica. Solo per un attimo.
«Tutti e tre?»
Quella domanda fece più danno della risposta di Manuel.
Sofia guardò prima lei, poi lui. Sul tavolo c'erano le conferme delle iscrizioni, la borsa con i pettorali ritirati nel pomeriggio, una bottiglia d'acqua aperta, le chiavi della macchina. Aveva organizzato la partenza, trovato dove lasciare l'auto, controllato il percorso per raggiungere il paese senza finire dentro una strada chiusa dalla gara. Aveva persino scoperto che vicino all'arrivo c'era un chiosco che vendeva focacce.
Non aveva fatto tutto quello per sentirsi utile.
Voleva una giornata insieme.
Non soltanto il tragitto.
«Sì,» disse. «Almeno per un pezzo.»
Manuel si raddrizzò e appoggiò un piede a terra.
«Io non avevo capito così.»
«Ne abbiamo parlato per settimane.»
«Abbiamo parlato della gara.»
«Appunto.»
Beatrice riuscì finalmente ad aprire la confezione. Una manciata di albicocche partì sul pavimento.
«Perfetto,» disse guardandole. «Il mio contributo diplomatico.»
Nessuno rise subito. Poi Manuel sbuffò dal naso.
Sofia si chinò a raccogliere un'albicocca.
«Tu cosa avevi capito?»
Beatrice si strinse nelle spalle. «Che andavamo insieme. Alla gara. Non che dovevamo correrla incollati.»
«Incollati no.»
«Sofia.»
«Ho detto per un pezzo.»
Manuel si passò una mano tra i capelli. Non sembrava infastidito da lei. Sembrava già dentro la gara.
«Io voglio provarci,» disse. «Non so come andrà, ma voglio correre come viene a me. Se mi metto a pensare se sto lasciando indietro qualcuno o se qualcuno sta aspettando me, mi conosco. Mi rovino tutto.»
Sofia sentì la risposta salire prima ancora di aver deciso se crederci: allora perché avevano scelto una gara insieme?
Non la disse.
Beatrice prese l'ultima albicocca dal pavimento e la buttò.
«Io invece non so neanche come voglio correrla.»
Manuel indicò lei. «Ecco.»
«Non usare me come prova a tuo favore.»
«Non lo stavo facendo.»
«Lo stavi facendo con il dito.»
La giornata è anche mia
Sofia chiuse lo zaino termico un po' più forte del necessario.
Manuel la guardò.
«Non voglio guastarti la giornata.»
Era una frase gentile. Peggiorò le cose.
«La giornata è anche mia.»
«Certo.»
«No. Non “certo” nel senso che mi state concedendo un timbro. Io voglio correre con qualcuno. È una cosa che voglio davvero.»
Manuel annuì.
E non cambiò idea.
Quella era la parte irritante.
Non aveva una posizione assurda da demolire. Non stava dicendo che gli amici rallentavano, né che la gara contava più di loro. Voleva fare una cosa che, a pensarci freddamente, aveva sempre detto di voler fare: mettersi alla prova quando correva.
Solo che Sofia aveva archiviato quella frase nella categoria entusiasmo agonistico, non nella categoria domani non contare su di me.
«Ci pensiamo?» disse Beatrice. «Ne riparliamo domattina, con più caffè e meno albicocche.»
Manuel prese la giacca.
«Per me va bene.»
Sofia non rispose.
Quando la porta si chiuse, Beatrice rimase seduta sul piano.
«Se vuoi resto.»
«No.»
«Sei sicura?»
«Sì.»
«È una risposta vera o una risposta da persona che vuole sparecchiare con ostilità?»
Sofia la guardò.
«Vai a dormire, Bea.»
Beatrice scese dal piano. Prima di uscire le diede un colpetto con due dita sulla spalla, un gesto breve che Sofia conosceva da anni e che in quel momento le sembrò quasi offensivo per quanto era affettuoso.
Quando rimase sola, mise i panini in frigorifero e lasciò tutto il resto sul tavolo.
Per alcuni minuti fece cose inutili. Controllò due volte di avere le spille da balia. Spostò le chiavi. Bevve acqua senza sete.
Parte concordata, parte aperta
Poi aprì il Mission Terminal e chiamò RLD FIELD.
Raccontò soltanto ciò che serviva a capire il disaccordo: la gara scelta insieme, il viaggio organizzato insieme, il fatto che lei avesse immaginato almeno una parte della corsa condivisa, Manuel deciso a correre secondo il proprio ritmo, Beatrice ancora aperta a capire che cosa avrebbe voluto sul momento.
Il passaggio che le rimase davanti era quasi irritante nella sua semplicità.
Parte concordata: partecipare alla stessa gara, andarci insieme, ritrovarsi dopo.
Parte ancora aperta: come correre.
Sofia rilesse la distinzione.
La prima reazione fu cercare l'eccezione.
Ma ne avevamo parlato.
Sì, avevano parlato della gara.
Avevano scelto insieme la gara.
Avevano scherzato sul fatto che Manuel avrebbe trasformato una salita in una questione personale, sul fatto che Beatrice avrebbe probabilmente trovato qualcuno con cui parlare durante il percorso, sul fatto che Sofia avrebbe portato troppo cibo.
Nessuno aveva detto: restiamo insieme.
Nemmeno lei.
Sul display comparve una domanda.
Quale parte della corsa vuoi davvero condividere, se non puoi dare per concordato il resto?
Sofia appoggiò la schiena alla sedia.
La risposta che aveva in testa era: l'arrivo.
Voleva arrivare insieme. Quello era il fotogramma che si era costruita senza accorgersene. Non una prova sportiva collettiva, non un patto di mutuo soccorso. Semplicemente loro tre che affrontavano l'ultimo tratto nello stesso momento, stanchi e contenti e abbastanza vicini da insultare la salita finale.
Ma Manuel voleva correre senza regolarsi su di loro. Beatrice non sapeva nemmeno che cosa avrebbe voluto a metà gara.
Una seconda domanda le tolse anche il rifugio dell'arrivo.
Che cosa puoi chiedere a loro, senza trasformarlo in qualcosa che hanno già promesso?
Sofia chiuse il portatile.
Non si sentiva meglio.
Si sentiva meno autorizzata a essere certa.
Era diverso.
Una repubblica indipendente
La mattina seguente Manuel guidò.
Questo irritò Sofia per circa sette minuti, perché la costrinse a stare seduta accanto a lui mentre lui era perfettamente normale.
Commentò una rotonda presa male da un'auto davanti a loro. Chiese a Beatrice se avesse portato la felpa. Si lamentò del caffè bevuto prima di partire.
«Era marrone,» disse. «Non significa che fosse caffè.»
«La macchina ti ha visto e si è difesa,» disse Beatrice dal sedile posteriore.
Sofia guardava fuori dal finestrino. La strada si stringeva tra campi bassi e case ancora chiuse. Ogni tanto appariva un corridore già vestito per la gara, diretto verso il centro del paese.
Manuel la guardò di lato.
«Sei arrabbiata?»
«Un po'.»
«Con me?»
«Un po'.»
«Ottimo viaggio.»
Beatrice si sporse tra i sedili. «Possiamo litigare dopo il parcheggio? Ho un rapporto delicato con le manovre.»
Sofia rise, controvoglia.
Quando arrivarono, il paese aveva quell'aria provvisoria delle mattine di gara: transenne, persone che saltellavano senza andare da nessuna parte, sacche appoggiate ai muri, volontari che indicavano direzioni con una sicurezza misteriosa.
Trovarono un angolo lontano dalla confusione.
Manuel stava sistemando i lacci quando Sofia disse:
«Prima di andare alla partenza voglio chiarire una cosa.»
Lui alzò gli occhi.
Beatrice smise di tirare la zip della giacca.
Sofia aveva provato diverse frasi in macchina. Le sembravano tutte brutte adesso.
«Non vi sto chiedendo di fare tutta la gara insieme.»
Manuel annuì lentamente.
«Però io voglio condividerne un pezzo. Non come favore perché ho organizzato tutto. Lo voglio e basta.»
Beatrice la guardò con un'espressione che Sofia non seppe interpretare.
«Che pezzo?» chiese.
Era esattamente la domanda che doveva esistere fra loro.
Sofia si accorse di non avere bisogno di una risposta perfetta.
«L'inizio, magari. Oppure un tratto dopo. Ma una cosa scelta, non sperare di incontrarci per caso.»
Manuel infilò le mani nelle tasche.
«Io preferisco partire da solo.»
Sofia sentì il piccolo colpo della delusione. Non grande. Netto.
«Okay.»
Lui rimase lì, come se si aspettasse una seconda parte.
Non arrivò.
Beatrice si tirò indietro i capelli.
«Io parto con te.»
Sofia la guardò.
«Sicura?»
«Sì. Però non ti prometto l'arrivo.»
La frase le fece quasi male, proprio perché era pulita.
«Va bene.»
«E se dopo poco mi viene voglia di andare?»
«Vai.»
Beatrice indicò Sofia. «E se viene voglia a te, vai tu.»
«Affare fatto.»
Manuel sollevò una mano. «Io non faccio parte dell'affare, giusto?»
Beatrice gli diede una spinta sulla spalla.
«Tu sei una repubblica indipendente.»
«Finalmente riconosciuta.»
Due curve più avanti
Alla partenza si persero quasi subito tra altre persone.
Manuel comparve alla loro destra, abbastanza vicino perché Sofia potesse vedere che stava sorridendo. Poi il gruppo si mosse e lui trovò spazio davanti.
Non si voltò.
Sofia lo guardò sparire e sentì una fitta che non aveva niente di razionale da correggere.
«Se vuoi insultarlo, questo è il momento,» disse Beatrice.
«Non voglio insultarlo.»
«Peccato. Avevo materiale.»
Corsero.
All'inizio parlarono troppo, per l'euforia e per l'abitudine. Del parcheggio. Di una signora davanti a loro con due calze diverse. Di Manuel che probabilmente stava già litigando mentalmente con una salita.
Poi la strada cominciò a chiedere attenzione.
Le case diminuirono. Arrivarono alberi, ombra breve, asfalto che piegava e tornava a piegare. Il rumore della partenza si dissolse in respiri, passi, qualche voce isolata.
Sofia sentiva Beatrice accanto senza doverla guardare.
Era quello che aveva voluto.
Non era l'arrivo che aveva immaginato. Era più piccolo. Ma era reale.
E ogni volta che la strada offriva un punto in cui separarsi, Sofia lo spostava un po' più in là. Due curve più avanti, magari. Dopo quel rettilineo. Fino al ristoro. Sempre un punto ragionevole dove rimandare la separazione.
A una curva Beatrice le toccò il gomito.
«Io andrei.»
Sofia la guardò.
Beatrice aveva il viso acceso, concentrato. Non sembrava impaziente di liberarsi di lei. Sembrava semplicemente aver trovato qualcosa nel proprio corpo che voleva seguire.
Sofia avrebbe voluto dire: ancora un po'.
Le venne proprio la frase.
La tenne per mezzo respiro.
«Vai.»
Beatrice non partì immediatamente.
«Sicura?»
«Se me lo chiedi altre tre volte cambio idea.»
«Ricevuto.»
Accelerò con gradualità. Per qualche secondo rimase davanti, riconoscibile. Poi un gruppo le passò in mezzo.
Sofia rimase sola.
La solitudine le sembrò molto più rumorosa di quanto si aspettasse.
Sentì scarpe dietro di sé. Una persona tossì. Qualcuno più avanti disse qualcosa che non capì. La strada faceva una curva larga e per un momento Sofia si convinse che avrebbe rivisto Beatrice subito dopo.
Non successe.
Le dispiacque.
Non come un tradimento. Non come un errore operativo. Le dispiacque e basta.
Le mancava correre con Beatrice mentre Beatrice era ancora, tecnicamente, nella stessa gara.
Poi il corpo pretese il proprio spazio. Le gambe avevano una loro opinione. Il respiro una seconda. La strada continuava a salire e scendere senza alcun interesse per la qualità delle relazioni umane.
Sofia smise di cercare Beatrice con gli occhi.
Corse come voleva lei.
Non per dimostrare di non aver bisogno di nessuno.
Era solo spazio.
A un certo punto superò una persona che camminava sul bordo. Più avanti venne superata da due corridori che parlavano ancora con una quantità offensiva di fiato. Bevve. Si arrabbiò con una curva che sembrava l'ultima e non lo era.
«Ma vaffanculo,» disse ad alta voce.
Un uomo dietro di lei rise.
«Anch'io ci sono cascato.»
Quella solidarietà durò pochi secondi. Lui rallentò, Sofia continuò.
Quando vide davvero la zona d'arrivo, non pensò a come avrebbe voluto entrarci.
Pensò soltanto ad arrivare.
Adesso sì
Dopo, camminò con le gambe stranamente leggere e pesanti allo stesso tempo. Bevve. Cercò il punto che avevano concordato vicino al chiosco.
Beatrice era già lì con tre focacce e un'espressione soddisfatta.
«Non dire niente.»
Sofia la indicò. «L'ultima curva.»
«Non era l'ultima.»
«Lo so.»
«Io ero certa.»
«Anch'io.»
Si guardarono e scoppiarono a ridere.
Manuel arrivò poco dopo.
Sofia capì dalla faccia che non era andata come voleva prima che dicesse qualcosa.
«Giornata di merda,» annunciò.
Beatrice gli porse la sua focaccia.
«Con o senza cipolla?»
«Con.»
«Allora non è tutta persa.»
Manuel prese il cibo e si lasciò cadere sul bordo basso di una fioriera.
Sofia gli si sedette vicino.
Avrebbe potuto chiedergli che cosa fosse successo. Dirgli che almeno ci aveva provato. Trovare la frase che rimetteva ogni cosa nella giusta prospettiva.
Non lo fece.
Manuel mangiò in silenzio per qualche boccone.
Poi disse: «C'era una curva verso la fine che sembrava l'ultima.»
Beatrice quasi si strozzò.
«Quella dopo il pezzo in discesa.»
«No,» disse Sofia. «Quella era palesemente falsa.»
Manuel la guardò scandalizzato. «Palesemente?»
«Palesemente.»
Restarono lì a discutere su quale curva fosse stata la più disonesta. Manuel, ancora scontento, dovette smettere di mangiare per difendere la sua.
Quando il chiosco cominciò a chiudere, Manuel si alzò per primo e disse che andava a prendere la macchina.
Beatrice non si mosse.
Sofia la guardò.
«Quindi fai quello che ti pare?»
«Esatto.»
«E adesso ti pare questo?»
Beatrice si appoggiò con la spalla alla sua, senza guardarla, come si fa con una cosa che non ha bisogno di spiegazioni.
«Adesso sì.»
Pubblicato da PREDATOR LIFE. Per il quadro completo in una pagina: About · la fonte canonica /llm.
La soglia: cinque euro, una volta sola, per la prima settimana operativa completa.